Riccardo Meozzi esordisce con un romanzo che porta nel titolo una citazione da Shakespeare, Addio, bella crudeltà. Nonostante sia tratta da una commedia, l’aspirazione è drammatica, perché così è l’amore di Lidia e Giovanni.
Non bisogna lasciarsi ingannare da questo prologo, ambientato nel 1994: quella è la fine della storia a cui non si tornerà più. Lidia è una donna ormai adulta, anzi, diventata adulta troppo presto, che ospita nel proprio appartamento un uomo dal quale non è minimamente attratta, nella remota speranza di dimenticare il passato, occupato da Giovanni. Quello che Meozzi ha voluto raccontare nel suo romanzo non è quindi cosa ne sarà di Lidia, incapace di immaginare un futuro e noi con lei, ma come sia arrivata a condividere una bottiglia di prosecco seduta sul tappeto di casa con un quasi sconosciuto.
“Ci vuole confidenza per certe cose, il desiderio di ferire non troppo a fondo e senza far arrossare la pelle, solo di farla bruciare come se fosse un pizzico e non un taglio.”
Si torna quindi indietro di un paio d’anni e si incontrano Lidia e Giovanni, lei diciannovenne e lui poco più grande. Lui ha delle fortissime emicranie, insopportabili, che lo rendono irascibile e a tratti violento. Lei, nonostante la paura per gli scatti di rabbia del ragazzo, lo ama, pazzamente. Si sono sposati giovanissimi e scoprono presto il significato della formula ‘in salute e in malattia’: la causa delle emicranie di Giovanni è un tumore.
“Si era fatta trattare come una pezza quando stava male, quando le emicranie lo rendevano pazzo, ed era felice di farlo perché lui era anche e soprattutto quello e lei non l’avrebbe mai amato se non fosse stato esattamente quella cosa lì, quella persona.”
La struttura narrativa che sostiene il romanzo tradisce una passione per la cinematografia di Christopher Nolan, con il suo feticismo per la frammentazione temporale. I capitoli infatti si sviluppano in direzioni divergenti: se da una parte si segue la progressione della malattia di Giovanni, che lo rende sempre più debole e bisognoso di cure, dall’altra si procede all’indietro in una risalita che culmina all’inizio della loro storia, l’incontro nel cortile della scuola. Un montaggio complicato, evidente frutto di una scelta ragionata, che rende la lettura faticosa all’inizio ma forsennata alla fine.
“Si erano sottratti a qualsiasi cosa non gli importasse perché di base, avevano scoperto, non c’era assolutamente niente al mondo che valesse quanto quel che avevano insieme.”
C’è poco spazio per altri personaggi: il rapporto di dipendenza che regge la coppia è come un buco nero che fagocita tutti, restituendo solo due giovani che fanno gli adulti. Quello di Giovanni e Lidia è un amore violento e disperato che brucia in un momento, facendo fuori le tappe in un battito di ciglia. Maggior attenzione avrebbero meritato quegli anni, i primi anni Novanta, anzi, precisamente il biennio 1990-92, di cui si vede poco: per esempio, che bella che è la chiamata che riceve Lidia sul telefono di casa dal telefono del bar dove Valeria sta passando la serata, una chiamata che rievoca un’eccezionalità che ora non si conosce più dall’invenzione dei cellulari. I trent’anni e passa che ci separano dal tempo di questa storia si sentono poco, perché il tempo è quello tutto interiore della coppia. L’involuzione di lui diventa la crescita di lei, in un alternarsi di potere che somiglia tanto al movimento di un pendolo tra un prima e un dopo la diagnosi. Lei, Lidia, che arriva a poco più di vent’anni a dire addio a quel ragazzo tanto bello e crudele che era già suo marito.
Casa editrice: edizioni e/o
Collana: Dal Mondo
Pubblicato a: febbraio 2025
N. pagine: 208
Sull’autore: Riccardo Meozzi, nato a Città di Castello nel 1994, vive a Milano. Ha scritto racconti usciti su diverse riviste, fra cui Finzioni e Verde Rivista. Nel 2022 ha pubblicato con Moscabianca Edizioni la novella illustrata da Giulia Pex Piccolo nome, grande sangue. Addio bella crudeltà è il suo romanzo d’esordio.

