Massimo Gezzi sceglie di raccontare l’adolescenza e la mezza età non attraverso grandi eventi, ma attraverso i gesti interrotti, i rimpianti, le parole che arrivano sempre un momento dopo. Adriatica è un romanzo di frizioni sottili, di paesaggi interiori che si spostano come la luce sulle facciate di una città, rivelando crepe che i personaggi tentano invano di ignorare.
“Mia madre non era così. Quando avevamo l’edicola era sempre curata, bella. Mi piaceva un sacco quando tornava a casa, perché l’odore di carta si mischiava con quello della sua pelle e mentre ci preparava la cena casa nostra sembrava un tempio di profumi. Era felice, in quegli anni. Lo ero pure io, ma tanto tutti i bambini fino a un certo punto lo sono. È dopo che arriva la merda. Quando cominci a deformarti e a diventare la brutta caricatura di quella che eri in quelle foto che non riesci più a dimenticare.”
La storia procede a due voci, quelle di Emilie e Tullio, espresse rispettivamente in prima e terza persona. Emilie è un’adolescente inquieta, sospesa tra il bisogno di essere vista e il timore di deludere, che conosciamo guardandola uscire accidentalmente dall’ombra dell’amica del cuore; Tullio è un uomo in bilico, segnato da lutti e dipendenze e dal ricordo persistente di Cinzia, amore della sua gioventù, che continua a scintillare in lontananza come punto più fulgido della sua esistenza. La scelta di mostrare alcune scene da entrambi i punti di vista non è un semplice artificio formale: permette di osservare come i fatti mutino a seconda dello sguardo, come le distanze generazionali ed emotive producano letture divergenti di una stessa realtà.
Entrambi i protagonisti risultano realistici e convincenti senza mai scadere nel già visto. Al contrario, sorprendono per piccoli dettagli, segreti, deviazioni biografiche che sembrano improbabili eppure risultano plausibili, perché si riconosce in loro qualcosa di familiare: la goffaggine delle scelte, le rigidità che non sappiamo spiegare, gli slanci che a volte ci spaventano più dei fallimenti. È in questa aderenza imperfetta alla vita che il romanzo trova il suo punto di forza.
Anche Adriatica, la città che dà titolo al romanzo, contribuisce a questa verità. Pur non essendo un luogo reale, è riconoscibilissima come una qualsiasi città italiana affacciata sul mare: una geografia di strade laterali, luci basse, bar che sembrano gli stessi da decenni, silenzi attraversati da biciclette che passano senza fretta. Una presenza che osserva, assorbe e restituisce i movimenti interni dei suoi abitanti.
Gezzi lavora con una lingua tersa e controllata. L’alternanza tra dialogo e introspezione, quest’ultima veicolata efficacemente da intercalari comuni e semplici oggetti quotidiani, dà al romanzo un ritmo che scorre come un’onda breve, spezzato ad arte da una serie di microfratture che raccontano più di quanto mostrino.
“Dopo aver chiuso la telefonata, con più amarezza di prima, Tullio è andato in camera da letto. Ha rovistato nella scatola che aveva disseppellito nel pomeriggio e ne ha estratto la foto di Cinzia sull’albero. L’ha guardata ancora una volta, mentre gli anni che lo separavano da quel pomeriggio sembravano dissolversi uno dopo l’altro, come tessere di un domino invisibile. È tornato in cucina e ha appoggiato la foto vicino a quella della madre e del padre. Era la prima volta, da chissà quanti anni, che vedeva quelle tre persone vicine. E in una frazione di secondo, mentre dal televisore il conduttore presentava uno dopo l’altro i suoi ospiti, Tullio si è accorto che quelle tre esistenze erano state le più importanti della sua vita. Quelle che lo avevano emozionato, condannato, ferito, amato di più.”
Adriatica è, in parte, una storia di perdenti: di persone che tentano, sbagliano, si nascondono, si rialzano male; eppure non offre premi di consolazione. Nessuna svolta finale rimette ordine, nessun destino viene raddrizzato. Le vicende di Emilie e Tullio rimangono aperte, sospese in una zona d’ombra che somiglia molto alla vita reale. La sola forma di salvezza possibile è minima, quasi casuale: l’istante in cui una persona in difficoltà viene soccorsa da un’altra senza chiedersi nulla. Non è la retorica del riconoscere nell’altro il proprio dolore, ma un atto di presenza. Una micro-alleanza umana, insufficiente ma autentica.
L’esordio di Gezzi non parla di affinità elettive, ma della possibilità che l’umanità emerga proprio dove nessuno la aspetta. Un romanzo onesto che illumina, con un realismo discreto e preciso, la zona imprecisa in cui tra due persone si crea una connessione, tanto fragile quanto autentica.
Casa editrice: Feltrinelli Editore
Collana: Feltrinelli Gramma
Pubblicato a: ottobre 2025
N. pagine: 176
Sull’autore:
Massimo Gezzi (1976) ha pubblicato libri di poesia e di racconti. Ha fondato e coordina il sito letterario “Le parole e le cose”. Vive a Lugano, dove insegna italiano in un liceo. Per Feltrinelli Gramma ha pubblicato Adriatica (2025), il suo primo romanzo.

