Tra le pagine di Airù, romanzo d’esordio in un bel volume di Italo Svevo Edizioni, Alberto Locatelli ci porta a San Fermo, un paesino della bassa bergamasca: campi di granoturco e fabbriche in lontananza, odore di pietanze messe a scaldare sul fuoco per il pranzo frugale, qualche panchina in piazza, un solo bar per scampare alla canicola e alla solitudine.

Gli abitanti sono pochi, gran lavoratori, bevono tutti, facce esauste e corpi doloranti. Le loro vite minime puntellate di bestemmie, pettegolezzi, rancori mai sopiti, creano un personaggio vero e proprio.

“Tutta gente semplice, s’intende. Buonbovini votati al sacrificio: per chi o in nome di cosa, figurarsi se ci fosse  stato un cristiano qualsiasi capace di dirlo. Un’umanità ispessita dal sudore, eppure mai troppo stanca. Sempre il giusto: prima il dovere e poi, molto dopo, il volere. Sulla pelle gli stessi solchi sgraziati e familiari dell’ aratro che ricama la terra. No, nessuna nuova primavera in vista. Peccato. E nelle orecchie la memoria dei propri sospiri”.

Da qualche mese però è arrivato anche ol duturì, il nuovo medico della mutua, uno straniero giovane e gentile, prodigo nei suoi giri di visite per il paese, sempre pronto a concedere qualche minuto del suo tempo a chicchessia. San Fermo lo accoglie, lo ama, lo incensa. Eppure. Eppure qualcosa non torna nell’estrema disponibilità di quest’uomo, nella sua predisposizione all’incontro con l’altro: i modi pieni di riserbo, una strana fretta nel congedarsi, l’impressione fugace ma netta, rapida come il frullare d’ali degli aironi, di qualcosa di celato oltre un carattere benevolo e la vocazione professionale. 

A parlarci di questo sospetto – e voce narrante di tutto il romanzo – è il ragazzo che lavora al bar della Beppina, un osservatore attento reso ancora più curioso dall’ arrivo in paese di una donna che cerca proprio il bravo e misterioso duturì. 

A questo punto – complice il riassunto della trama che compare sull’aletta del libro – probabilmente il lettore si aspetterebbe i dettagli di una storia d’amore finita male o rivelazioni minuziose sul passato del protagonista, ma non è esattamente così. L’apparizione del personaggio femminile nella prima parte del romanzo è un finto “gancio” che dà modo all’autore di addentrarsi più profondamente, nelle due rimanenti, nella storia senza tempo del paese, di svelare i temi portanti del suo romanzo: la forza del ricordo, il rapporto con la morte, il segreto e la menzogna, ma soprattutto la relazione con gli altri – gli altri che ci salvano ricordandoci chi siamo e al contempo ci dannano costringendoci a immagini impensabili di noi – descrivendo il presente di Umberto Scontenti (nomen omen per il nostro personaggio) piuttosto che il suo passato. 

Per un evento fortuito infatti, i rapporti tra lui e i compaesani si incrinano, sporcati dai commenti delle malelingue, per poi interrompersi bruscamente davanti all’improvvisa follia che pare aver colpito il dottore. L’atmosfera cambia, si incupisce, i volti assumono tinte quasi grottesche. Il realismo con cui si è descritta attentamente la provincia vira verso il magico, tra l’apparizione di una vecchia donna di nero vestita nel cimitero, l’immagine del duturì che rubacchia viveri in paese a malapena coperto dal camice ridotto a brandelli, quasi fosse un animale selvatico, la luce rossa di un incendio grandioso e catartico da cui gli aironi, testimoni muti della storia di San Fermo, scappano maestosi.

Con una prosa ricca, densa, dal sapore a tratti antico, infarcita di un dialetto che ben rende gli ambienti di questo romanzo, Locatelli ci guida nella solitudine del protagonista e nei suoi pensieri, nell’ inadeguatezza che si fa senso di colpa, in “un altrove sacro, inviolabile, quasi inesistente e misterioso come un segreto”.

 


Casa editrice: Italo Svevo Edizioni
Collana: Incursioni
Pubblicato a: Novembre 2024
N. pagine: 336

Sull’autore: Alberto Locatelli è nato a Treviglio nel 1989 ed è cresciuto a Verdello. Da diversi anni vive a Torino dove lavora come libraio.