“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” scriverebbe il Sommo Poeta sulla porta di ingresso della città sarda in cui è ambientata l’opera prima di Simone Azzu, Albergo Savoia (Il Maestrale). Siamo in provincia, molto probabilmente è la Sassari dell’autore arroccata in salita, filtrata attraverso la mimesi letteraria. A valle c’è il Bar Delfino, ritrovo di disoccupati e avvinazzati, uomini soli e disperati più che cattivi. A monte invece, c’è la zona residenziale, borghese ma decadente, di cui l’Albergo Savoia è simbolo delle vestigia del passato. I personaggi agiscono come attori di una tragedia greca strutturata secondo i canoni classici. I cittadini interpretano sé stessi e fanno anche da coro insieme alla voce di Azzu, la terza persona onnisciente e un po’ fatalista che racconta, che ricorda e che prevede, che sa. E giudica. Mentre, ineluttabile, incombe una fine, un senso di morte. 

A differenza della ristretta casta stagnante che gravita intorno all’albergo, il bar pullula di personaggi istintivi e viscerali. Alcuni li conosciamo meglio, più da vicino. Ognuno ha una sua personalità e, pur nella miseria, tutti hanno un’indole e una vitalità particolari. Spesso li si incontra al vicino bordello. Viceversa i borghesi, politici e imprenditori si assomigliano tutti, legati tra loro dall’interesse e dagli affari spesso poco cristallini. E Gianni, il proprietario dell’Albergo Savoia, che ha smesso di sognare da tanto, è l’incarnazione di questo mondo fatuo e corrotto. Così, il Bar Delfino e l’Albergo Savoia sono due simboli, rispettivamente di chi si lascia vivere per non morire,  e di chi è già morto dentro.

Molti dei personaggi sono stati dei sognatori, finiti poi con l’invecchiare nell’animo. Delusi, non sono riusciti ad adattarsi alla vita, soli e incattiviti. Maria tiene le fila che legano le due parti della città altrimenti separate. È maestra elementare ed è la moglie di Dino che, da quando è stato licenziato dal lavoro, fa tappa fissa al Bar Delfino. Maria però è anche l’amante di Gianni. Gianni in gioventù a Parigi ha vissuto l’amore per Elena, il suo vero sogno, ma l’ha lasciato scappare, preferendo il sicuro avvenire dell’attività economica di famiglia. I poveri, dunque, continuano a sognare, i ricchi vivono di una rendita fittizia anche nei sentimenti. Tutti quanti, però, non riescono a dare senso alla vita e sfogano nell’alcool, nel sesso, nella violenza, la rabbia che li divora. Solo Giulia, la figlia di Dino e Maria, si risolverà a lasciare il luogo asfittico, che non offre nulla, rinunciando forse all’amore di Vittorio e a un figlio da lui, e a vincere la forza di gravità delle abitudini tra desiderio e avversione, attrazione e allontanamento. Azzu disorienta continuamente il lettore arrivando persino, con disincantata ma in fondo tenera ironia, a spiegare l’amore con la fisica:

“L’attrazione fra Vittorio e Giulia è quindi solo una sensazione di forza-peso. Si sentivano schiacciati reciprocamente: finirono a fare l’amore. La forza di gravità è però la combinazione fra la forza di attrazione e la forza centrifuga, la repulsione, la voglia di fuggire. Anche quella c’era, in ogni bacio, in ogni tocco.”

Fino a che i due mondi della città si fondono, nella disperazione e nella tragedia.
Albergo Savoia mette a nudo un universo senza consolazione. La solitudine degli uomini amplifica il desiderio, si va al bar per condividere il dolore, per avere qualcuno che ti comprenda. È la quotidiana frustrazione di credersi meno disgraziati di quel che si è.
L’autore trasfigura la Sardegna conosciuta usando una scrittura chirurgica, che non fa sconti: frasi brevi, secche, apodittiche, che raccontano e sentenziano allo stesso tempo. Non si avverte partecipazione emotiva ma è proprio la forza impressa dallo stile, il suo continuo martellare, che rendono il romanzo poetico, sublimando amore, dinamiche familiari, abiezione, morte. Spesso la pagina focalizza l’attenzione sulla fisicità, sui corpi, su una sessualità cruda ma accordata alla desolata rassegnazione dei personaggi. Le parole sono precise, dirette, brutali ma necessarie. I dialoghi spesso brucianti, ostili, violenti, amari. Talvolta si ride, malinconicamente, del paradosso delle situazioni. 

Albergo Savoia è un potente affresco tragico, raccontato con lucido cinismo.

 


Casa editrice: Il maestrale
Collana:
Narrativa
Pubblicato a: luglio 2026
N. pagine: 384

Sull’autore: Simone Azzu (Sassari, 1994) è drammaturgo, regista e performer. Ha scritto e diretto gli spettacoli Il Pubblico Bene, rappresentato in diversi Paesi europei, e Petter: Prigioniero Politico, con cui ha vinto la XXIII edizione del Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria. È docente di lettere e dottorando in Letterature Comparate presso l’Università degli Studi di Sassari. Albergo Savoia è il suo romanzo d’esordio.