Sono due voci così diverse – decadente e raffinata quella di Gotico salentino, densa ed essenziale quella di Amaro Succi – eppure sembrano dirci in coro la stessa cosa: ci sono fantasmi che ci abitano e altri che ci guidano. Sono le ossessioni che bussano alla porta, le voci che filtrano dalla carta, le ombre che ci costringono a confrontarci con chi ci ha preceduti. E tutti chiedono la stessa cosa: ascolto.
Nel romanzo di Marina Pierri, Orlando Trispét è un ricordo vivido e spaventoso che attende Filomena nel suo ritorno a casa. Trispét non è un semplice spettro ma un nodo irrisolto della genealogia dei Quarta, un sintomo di ciò che è stato rimosso. La sua presenza è legata alla casa, che nel romanzo assume un ruolo centrale: non solo luogo fisico, ma corpo massiccio, vivo e sofferente in cui si sedimentano colpa, dolore e silenzi. A guidare Filomena nel suo arco di trasformazione non mancano però altre due fantasime: Mary Shelley e Shirley Jackson, che accompagnano Filomena come mentori e interlocutrici. Shelley e Jackson non sono solo citazioni colte, ma alleate presenti e attive nel testo, grazie alle quali Filomena riconosce e integra la propria identità di scrittrice.
Giovanni Succi, dal canto suo, può vantare un solo “spirito guida” letterario, ma non meno poderoso: incontrato in autogrill e coinvolto in uno spettacolo incentrato sulle sue Rime petrose, Dante Alighieri diventa per l’autore e protagonista di questa autofiction un vero e proprio Virgilio, ma anche un alter ego: entrambi gli autori si confrontano con un presente incerto e con un passato ingombrante, in un Medioevo e in un presente tragicomicamente sovrapponibili. E anche in Amaro Succi ritroviamo il tema degli antenati, che ha come suo simbolo perfetto l’oggetto-fantasma dell’Amaro scomparso: la sua ricetta è smarrita, vaga la proposta paterna di tornare a farlo, un giorno, e il suo stesso sapore rappresenta il successo perduto, la tradizione interrotta, il peso delle aspettative. Quest’ultimo tema segna un altro parallelismo tra Gotico salentino e Amaro Succi. Anche Filomena si confronta con antenati importanti: sono i fondatori di Palude del Salento, costruttori che hanno edificato un retaggio dalle fondamenta solidissime (o almeno così appaiono), mentre lei si trova a un punto di svolta della propria vita. Esattamente come Giovanni Succi si racconta in un “mezzo del cammin” che lo costringe a rimettersi in discussione, non solo come “artista di nicchia” ma a un livello molto più profondo.
Pur analizzando un unico tema comune, i rimandi tra Pierri e Succi si rivelano molteplici, in un gioco di risonanze che, ben lungi dal confondere, sembra dare maggior forza e chiarezza a tutto ciò che i loro esordi vogliono raccontarci. Forse è proprio questo il ruolo dei “fantasmi letterari”: non spaventare, ma amplificare. Non perseguitare, ma costringere a guardare. Perché chi scrive, e chi legge, non cerca il silenzio, ma un’eco.

