In una rubrica che tratta di assonanze, mettere a confronto due romanzi d’esordio così diversi per stile e per voce è un esercizio elettrizzante. Ciò che accomuna Sembra che presto annegherò di Filippo Ronca e Museo di un amore infranto di Fabrizio Bonetto è soprattutto il tema: entrambi trattano di disperazione al maschile, quello specifico sentimento che può derivare soltanto dall’abbandono improvviso della donna amata, in qualunque circostanza questo sia avvenuto. Nelle due storie  – ed è la seconda coincidenza – i due protagonisti percepiscono la rottura come deflagrante: se l’abbandonante aveva lanciato nel tempo segnali o avvertimenti, i due malcapitati non se ne erano accorti, o forse avevano preferito non prestare la dovuta attenzione. Ben diversa invece è la percezione dell’oggetto d’amore perduto.

Nel caso di Manfredi  – protagonista del romanzo di Ronca  –  a rompere la coppia è l’amatissima Antonia, così importante sin dal nome, così grande da riempire le stanze, il cuore e l’immaginario. Lascerà il suo ragazzo con poche parole addolorate, sussurrate in camera da letto. Lui – come d’abitudine, si sospetta  –  sul momento non troverà niente da dire, nessuna domanda da fare. L’istinto lo porterà a fuggire lontano, per non sapere: si metterà infatti le scarpe e uscirà a correre. Traslocherà poi silenziosamente dal nido d’amore e non affronterà Antonia il giorno dopo né quello dopo ancora, continuando però ostinatamente ad amarla e annegando lentamente in un dolore catartico, di chi in fondo sa di essere stato distratto ma non è pronto a sentirselo dire.

Veronica – moglie di Giacomo in Museo di un amore infranto – ci viene raccontata dal marito come una donna e una madre fragile, tormentata, insicura, affidata di fatto a una gestione familiare totalmente ad appannaggio di lui. La stessa donna che un pomeriggio metterà fine al loro lungo matrimonio seduta tranquillamente sul divano di casa, accanto al suo nuovo compagno. Una scelta di verità affilata e definitiva, un atto liberatorio dopo anni di malcelata insoddisfazione che porterà il marito a opporsi strenuamente alla separazione e a straparlare, sfoderando cinismo e acrimonia in dose doppia. Giacomo reagisce alla propria disfatta deridendo, minacciando, sventolando davanti all’estraneo ricordi personalissimi di una vita insieme, infine proponendo alla moglie tristi compromessi degni del più antico maschio alfa. Veronica non si volterà indietro e l’uomo ferito  smetterà del tutto di credere nell’amore, per dedicarsi a rapporti a scadenza certa.

Due reazioni opposte all’abbandono, dunque: se Manfredi si arrende subito alla scelta di Antonia e di fatto coltiva il proprio sentimento non più ricambiato, Giacomo fa parlare l’orgoglio e tenta comunque di uscire vincente dalla rottura. In entrambi i casi, tuttavia, si registra una mancanza di ascolto nei confronti di chi per primo aveva mostrato sofferenza nella coppia, come se l’infelicità sottaciuta potesse durare per sempre, come se in fondo fosse sempre meglio non sapere.

Se Ronca insiste sulla sublimazione dell’amore ideale, accompagnandoci nel romanzo con la sua scrittura per immagini, giocosa e romantica, Bonetto usa un tono più diretto, quasi spietato eppure va più a fondo di quanto sembri. Nel romanzo sa parlare il linguaggio di lui ma anche quello di lei, sa far emergere i non detti tra le righe, sa leggere nel dolore maschile così come in quello femminile. Nei due romanzi la fine dell’amore viene registrata da due generazioni diverse: una coppia giovane e una di lungo corso, qui allo specchio, a raccontarci che lasciarsi fa sempre e comunque male, ma fa più male sapere perché.