La promessa è nel titolo, nei due esordi di Marta Lamalfa e Claudia Lanteri. Ci si dovrà imbarcare e navigare per mare, fino a raggiungere due isole siciliane aspre e piccolissime, e fermarsi lì per un po’, insieme ai protagonisti di quello che per loro è e sarà sempre il mondo intero.

Siamo ad Alicudi nel 1903 ne L’isola dove volano le femmine e a Linosa alla fine degli anni Cinquanta ne L’isola e il tempo. Due isole di identica dimensione (5 chilometri quadrati), complicate da raggiungere ma anche da abbandonare, entrambe vulcaniche, selvagge, spesso dimenticate dal continente: scenari perfetti delle dure vicende familiari degli Iatti di Lamalfa e del vivido e nostalgico racconto di Nonò e poi di Nofru nel giallo letterario di Lanteri.

Un territorio circondato dal mare definisce in entrambi i romanzi i confini della narrazione, portando chi legge in un immaginario nitido dove la natura prevale e condiziona la vita dei personaggi tutti, che quasi sempre nascono, vivono e muoiono senza aver visto altri luoghi.

L’Alicudi di Marta Lamalfa è terra assolata e desolata, scabra, povera di nutrimento, di tenerezze e di perdono. L’azzurro e il bianco delle case che guardano il mare contrastano con un versante inanimato, buio al calare della sera. Una dualità che è la stessa dei personaggi, in cui vita e morte si contrappongono a desiderio e fame, libertà e mancanza di alternative, sogno e povertà.

Il sipario della fatamorgana che avvolge Linosa si alza alle prime luci dell’alba, e Claudia Lanteri ci porta per mano con grande consapevolezza dall’acciottolato del paese sovrastato dalla gendarmeria giù fino allo sbarcatoio, tra esplosioni di rocce nere, ocra e rosse, fichi d’india, fiori di cappero e voli di Turriache, o Diomedee, il cui canto sembra aver dato origine al mito delle Sirene.

Il mare blu cobalto che circonda le isole ha significati diversi nelle due storie. Luogo di naufragio e di immersioni, di mistero e di morte ne di L’isola e il tempo, scenario di faccende quotidiane e di incantesimi notturni ne L’isola dove volano le femmine, dove le majare si danno appuntamento per andare a pescare, prendendosi il diritto tutto maschile di sfidare l’ignoto.

Esordienti illustri hanno scelto l’immaginario dell’isola per alimentare la fantasia di molte generazioni a seguire. Se Daniel Defoe fa naufragare il suo Robinson Crusoe in un atollo caraibico dell’Arcipelago Juan Fernández, al largo delle coste del Cile, con la mappa dell’Isola del Tesoro Robert Louis Stevenson porterà l’adolescente Jim e il suo stravagante equipaggio dell’Hispaniola da Bristol fino all’immaginaria Isola dello Scheletro, a largo dell’Oceano Atlantico. Un filone, quello isolano, rimasto fertile nel Novecento – pensiamo ai capolavori di Elsa Morante e Jorge Saramago – e più che stabile nel nuovo millennio, dove si preferiscono luoghi reali e riconoscibili, come la preziosa Favignana dei Florio nella saga best seller di Stefania Auci e l’incontaminata Ventotene ne La macchina del vento del collettivo Wu Ming. Nel fortunato debutto Le Isole di Norman, finalista al Premio Calvino e Premio Campiello opera prima 2020, Veronica Galletta sceglie la natale Ortigia e guida la sua Elena attraverso la cartografia: le mappe diventano dispositivi che mettono ordine al caos e che restituiscono senso dell’esistenza.