Immaginiamo di essere in libreria, davanti ai romanzi d’esordio di Michele Ruol e Nicolò Cavallaro: titolo insolitamente lungo e copertina a tinte scure il primo, veste luminosa e titolo breve e giocoso il secondo. A dispetto delle apparenze, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia e Il lama dell’Alabama intonano entrambi una scrittura coraggiosa e sperimentale, seppur con voci completamente differenti, ma c’è un altro elemento che li avvicina: il tema della perdita.
Inventario inizia con uno zoom sulla foto di due ragazzi morti in un incidente stradale. È solo la prima stazione di una via crucis scandita dagli oggetti di una casa, un tempo animata dalla vita di una famiglia. Oggetti netti, solidi, affidabili, contrapposti all’equilibrio fragilissimo tra Padre e Madre, due genitori rimasti da soli con il dolore e le bugie rimasticate fino a quel momento. Su di loro sì che sono evidenti le incrinature, anche ben prima del tragico evento scatenante: la sensazione di costante inadeguatezza di Madre, l’incapacità di Padre di entrare in contatto con i propri sentimenti, la vita che continua e che ha il sapore sciapo del compromesso. Per loro la morte dei figli è un incendio che spoglia in un attimo la realtà, lasciandola al freddo: ma la fiamma, si sa, è anche capace di purificare e rinnovare, e Ruol ci fa intravedere l’inizio di una nuova possibilità per i suoi personaggi.
Il tema del lutto ne Il Lama dell’Alabama è più simile a un fiume sotterraneo di lava che fa sentire appena il suo calore. Guido è il più improbabile degli investigatori privati: gira per Roma senza meta alla ricerca di un fantomatico orologio, gigioneggia mostrandoci le vie della città in dettagli minuziosi e si compiace delle assonanze che fioriscono spontanee e abbondanti nel suo eloquio. Lungo lo sviluppo della storia, punteggiata da incontri con personaggi dalla forte carica simbolica, buffi e misteriosi al contempo, Guido non manca di ricordarci, a colpi precisi e regolari, che tutto sta accadendo “mentre Sabrina spira”, un ritornello ripetuto fino a svuotarlo di senso. Ed è così, tra una freddura e un origami, che il protagonista del romanzo arriva al termine del suo percorso di presa di coscienza, e noi scopriamo la meta di questo bizzarro peregrinare: la mancanza in tutte le sue sfumature, quelle più aspre e quelle più delicate, fino all’abbraccio dell’ultima pagina.
Sembra proprio che la terza caratteristica comune di queste due opere prime sia la purezza: concreta e spietata quella di Inventario, naif e fanciullesca per il Lama. È proprio grazie alla purezza, non solo stilistica ma soprattutto di sguardo autoriale – e umano – che queste due storie, apparentemente agli antipodi, riescono ad affrontare in maniera forte e nuova un tema col quale è facilissimo cadere nella banalità, perché profondamente sentito e condiviso da ogni lettore e ogni lettrice.

