Esordienti che non sembrano esordienti per la maestria con cui costruiscono due storie che hanno al centro la famiglia, quella tradizionale fondata sul sacro vincolo del matrimonio. Non si può negare che i protagonisti dei romanzi di Eleonora Daniel e Riccardo Meozzi abbiano dei punti di contatto, forse più di quanti possa sembrare a una occhiata veloce delle quarte di copertina.
Daniel consegna a chi legge, nel suo La polvere che respiri era una casa, due personaggi adulti che fanno quello che ci si aspetta dagli adulti a un certo punto della vita: comprano una casa e provano a mettere al mondo un altro essere umano. Meozzi invece in Addio, bella crudeltà, punta il suo obiettivo su due giovani, giovanissimi, poco più che adolescenti, che nei primi anni Novanta bruciano tutte le tappe, si sposano e cominciano una vita insieme che si immaginano lunghissima.
Diversa è l’epoca, diverse le età dei personaggi. Eppure entrambi i romanzi raccontano di matrimoni infelici, squilibrati, nessun “e vissero per sempre felici e contenti”, unica strada percorribile è l’uscita di scena di uno dei due elementi della coppia, che lascia l’altro con le macerie di un rapporto su cui aveva scommesso tutto, perdendo tutto.
La coppia diventa l’unità fondamentale che esclude il resto della società, tanto negli anni Novanta di Meozzi quanto nei giorni nostri di Daniel. I lui e le lei dei romanzi si prendono tutto lo spazio delle pagine, spingendo ai margini amici e parenti, delineando un profilo molto contemporaneo del matrimonio, che mette al centro la famiglia nucleare sempre più ridotta dei suoi componenti. L’abbandonato che cerca un senso nella polvere leggera di Daniel si rifugia in casa di amici, ha dei genitori e incontra la madre della sua compagna, ma tutti questi legami non sono una rete sufficiente a salvarlo dalla disperazione. Lidia, moglie e poi vedova di Giovanni, viene aiutata economicamente dalla famiglia, ma in segreto: certo, questo ha un significato narrativo ma concorre a escludere dalla scena i personaggi secondari, lasciando la protagonista di Meozzi sola di fronte alla progressiva dissoluzione dell’amore della sua vita.
Si potrebbe pensare che i due romanzi si completino, dato che parlano entrambi di matrimoni pieni di crepe e sono scritti uno da una donna e uno da un uomo, due prospettive diverse verrebbe da dire. Si scopre invece che in entrambi i libri sono le donne, Margherita e Lidia, le figure dominanti: portano sulle proprie spalle dolori enormi a cui spesso fanno fatica a dare voce, non si può dire che ne sarà di loro dopo l’ultima pagina, eppure esistono e resistono. Il risultato tragico dell’equazione matrimoniale ricade sui mariti piuttosto che sulle mogli: uno morirà (quando nei grandi romanzi del passato sono le donne a morire, per caso o per volontà), l’altro verrà abbandonato.
Due storie di matrimoni che finiscono: chi legge li vede finire fin dalla prima pagina, ma continua fino all’ultima per scoprire cosa può esserci dopo aver perso una delle scommesse più grandi che l’individuo può rischiare. Parlare di speranza in questi romanzi sarebbe fuorviante, ma entrambi si chiudono con uno sguardo proiettato in avanti, verso un futuro indefinito, certo, ma al contempo ricco di potenzialità.

