Chissà se è un caso che Enrico Fink e Paolo Maccari abbiano vinto ex-aequo il Premio Letterario Fondazione Megamark. Un musicista (anche laureato in Fisica) Fink, e un poeta e critico letterario Maccari, entrambi nel pieno della loro maturità artistica, entrambi toscani, muovono i passi d’esordio nella narrativa rispettivamente con Patrilineare. Una storia di fantasmi e Ballata di Memmo e del Biondo.
Al centro dei loro romanzi la memoria come destino, sempre dolorosa ma necessaria, se non, nel caso di Fink, addirittura salvifica. Elias, il protagonista di Patrilineare, alter ego dell’autore, la attraversa schermandola di fantasmi, ombre, poesia, tutti filtri che provano a stemperarla, perfino ad accettarla, sorretti dalla vena dell’ironia e della battuta liberatoria. Elias prende piena coscienza dell’Ebraismo e dei fantasmi generati dalla Shoah attraverso la discendenza maschile, patrilineare appunto, risvegliata da fotografie, da registrazioni e dai ricordi del padre Guido, l’unico della famiglia insieme alla nonna Laura, a salvarsi dagli orrori del nazifascismo. Fink elabora e ricompone la mostruosità dell’Olocausto grazie a una scrittura che, con frequenti variazioni di registro, scorre brillante e allo stesso tempo delicata. E se per Elias il ricordo aiuta a cicatrizzare le ferite e a costruire un presente identitario, per il Biondo, disilluso protagonista della Ballata di Maccari, rileggere il proprio passato finisce solo per gravarlo, stratificarlo. Non un riscatto dunque ma una condanna, che lo confina in un’inquieta, risentita solitudine a cui può opporre solo uno sterile cinismo. La lunga ballata di Memmo rievoca e acuisce un passato che pesa, un’occasione perduta per il Biondo, un’altra possibile vita inespressa e irrecuperabile, dove le memorie che accomunano padri e figli si intrecciano e si raccontano, sembrano riconoscersi, ma poi si perdono nello spazio di un pomeriggio. Non resta niente al Biondo se non l’irrisione beffarda di un passato che lo relega ai margini. La penna affilata di Maccari incide le pieghe del rancore, e le corrode.
Arricchiti da un’ironia divertente e scanzonata in Fink, caustica e feroce in Maccari, i due romanzi vedono i loro protagonisti, con attitudini e risultati opposti, alla ricerca di un altrove del tempo, un luogo della memoria che affronti e argini nella narrazione i fantasmi di un destino di dolore e di perdita.
Memoria come destino.
Personaggi alla ricerca di tempo altro che possa mitigare, se non spiegare, un passato doloroso. Se le premesse coincidono, il destino finale cambia tra salvezza e condanna, per una memoria che è dolorosa ma necessaria.

