“Ora, l’artista di nicchia si fissa amaro allo specchio del bagno, alla soglia dei cinquanta. Sconta una condanna che si è scelto e che si è inflitto, ben felice e conscio di tutto. La condanna di essere sé stesso.”

Vale la pena di ostinarsi a coltivare la propria nicchia nel mezzo del cammin di nostra vita? La risposta di Giovanni Succi è un sì gigantesco, ma questa non è l’unica domanda che ci arriva dritta al cervello inalando i sentori del suo Amaro. 

Capiamo al primo sorso di questa prosa carismatica, che riesce a essere ironica, poetica e brutale senza mai perdere un colpo, che non ci troviamo davanti a un vero e proprio esordio. In fondo questo è il primo romanzo di un autore che già da molti anni scrive per la (sua) musica, e che stavolta sceglie la forma dell’autofiction per parlarci delle sue ossessioni: la letteratura, il rock’n’roll, le imprese donchisciottesche.

“Poco meno che ventenne covavo già il germe del vecchio Don Chisciotte. Ero armato di padelle e adesso volevo i miei mulini.”

Siamo con lui dall’inizio, quando in sella al suo motorino divora la strada polverosa verso il suo primo concerto e tutto gli sembra possibile; restiamo inchiodati anche quando, col passare degli anni, polvere e sole si trasformano in asfalto e in una spessa nebbia che fa smarrire la diritta via. Chi mai potrebbe fargli da Virgilio a questo punto se non Dante Alighieri in persona, incontrato una sera in autogrill? Davanti a un caffè, i due scoprono di avere in comune molto più di quel che sembra; noi, ascoltandoli, ci accorgiamo delle mille, inquietanti similitudini tra il Medioevo passato e quello odierno. Sono solo le prime scintille di quello che si preannuncia come un sodalizio artistico incandescente, incentrato sull’opera meno conosciuta di Dante: 

“Mando a memoria le Rime Petrose e lui mi assiste pignolo, non troppo compiaciuto. Preferiva se portavo il Paradiso, più edificante e rappresentativo…”

Ma l’arte non è il solo ingrediente di Amaro Succi, un liquore che sa essere a volte inebriante, come l’atmosfera della scena alternativa italiana degli anni Novanta, altre più un distillato da meditazione, intimista, da sorseggiare in solitudine. Succi scava con le mani fino a snudare le proprie radici e ripercorre la storia della sua famiglia, in un confronto affettuoso e duro con chi l’ha preceduto, che si fa più acceso con la figura paterna. L’Amaro che ora dà il titolo al libro fu un tempo una bevanda premiata; i successi degli antenati proiettano la loro grande, malinconica ombra sul presente. Ci si può perdonare per non aver seguito le loro orme e aver inciso a fatica le proprie?

“Basta un angolo diverso nella traiettoria di un destino; un angolo diverso un grado nello spazio mai finito e avresti me in quell’angolo e lui al posto mio.”

Amaro Succi infrange in maniera implacabile le attese di chi non conosce il suo autore: una narrazione autobiografica, certo, ma tutt’altro che un sermone autocelebrativo. Succi brinda ai suoi fallimenti e rivendica le sue scelte: dal tempismo spesso discutibile, prese in preda alla “belva” di sé stesso, senza un lieto fine redentore. Tutte figlie di una vitalità sanguigna, incrollabile e contagiosa.

 


Casa editrice: Valigie Rosse
Collana: Narrativa
Pubblicato a: marzo 2024
N. Pagine: 146

Sull’autore: Giovanni Succi, irregolare di lungo corso del rock in italiano dagli anni Novanta ad oggi. Autore di canzoni, voce e chitarra dei Bachi Da Pietra, affianca a quella del gruppo la produzione cantautoriale in solo e l’attività letteraria, proponendo eventi dal vivo come performer e direttore artistico. Amaro Succi è il suo esordio in prosa.