Americana, romanzo d’esordio dell’allora sconosciuto copywriter di origini italiane Donald Richard DeLillo, esce nell’anno in cui Jim Morrison muore in una vasca da bagno nel quartiere parigino del Marais; lo stesso anno in cui a Villefranche-sur-Mer, Côte d’Azur, gli Stones registrano Exile on Main St.; lo stesso anno in cui  – dall’altra parte dell’oceano – Richard Nixon mette fine alla convertibilità del dollaro in oro, regalandoci decenni di instabilità e speculazioni finanziarie. Fotogrammi del Vietnam e Imagine di Lennon senza McCartney come sfondo inevitabile. 

David Bell, voce narrante, prestante e cool manager di un network newyorchese – premonizione apparente di futuri giovani rampanti –, molla tutto: carriera, pranzi sconsigliati agli astemi, complotti aziendali, incessanti flirt (no, quelli no) e, con la scusa di girare un documentario in una riserva Navajo, fugge con un bislacco ensemble di compari – una scultrice d’avanguardia, un romanziere senza romanzo, uno stagionato zoofilo – direzione ovest, con la vaga idea di incontrare the real America. 

Cosa ha in mente di fare David una volta messosi in marcia? Semplice, girare un film. È il Grande Cinema che riluce tra le pagine del trentacinquenne del Bronx: Bergman, Kurosawa, Godard, e, ça va sans dire, Antonioni, citato nella scena d’apertura. Il senso di inadeguatezza che spinge David a darsi alla macchia ricorda quello di una sua coetanea, anche lei in fuga, Daria, protagonista di Zabriskie Point (1970): entrambi giovani e bellissimi, entrambi a disagio in un’America che ha perso l’innocenza, prima con la morte di JFK, poi con il Vietnam.

Splendidamente frammentato, dai dialoghi destabilizzanti che alludono a una realtà altra rispetto al presente dei personaggi, e che si chiede al lettore di immaginare, o quantomeno di intravedere, colmando i vuoti che DeLillo semina sapientemente nel montaggio, sviluppando la trama come un gioco di allusioni, di vicoli ciechi, di aspettative deluse. Le scene si susseguono, tra un monologo e un flashback, tra un taglio sul più bello e un vagabondo con chitarra, mescolando un presente disarcionato e un passato fatale. Del futuro non frega niente a nessuno. 

Sorge il dubbio, durante la lettura, che la fuga di David altro non sia che la ricerca di una presunta identità, annichilita da una carriera stomachevole, intrapresa per emulare la figura del padre, pubblicitario di successo.

È però lo spettro della madre – morta quando David è ancora ragazzo – che vaga tra le pagine: affetta da un’imprecisata malattia mentale, svanisce fisicamente dopo la seconda parte, restando presenza ingombrante e ineludibile per il resto del romanzo. David cercherà di scacciarla, imprimendo su pellicola il ricordo di un incontro – avvenuto forse in sogno, forse nella foschia di una notte d’estate –, chiedendo a Sullivan, l’amica scultrice, di interpretarla nell’ultima scena, girata in una dispensa del Midwest. Sarà un fallimento.

Niente di tranquillizzante, vedi l’ennesima – delirante – sbronza in Texas. Ciò che è perso non può essere recuperato, vale per David, vale per gli USA che sbarcano negli anni ‘70. Non resta che tornare a New York e farsi inghiottire.

 


Prima edizione italiana: Americana
Casa editrice:
Il Saggiatore
Anno pubblicazione:
2000
N. pagine:
424 

Sull’autore: Nato nel Bronx da genitori di origine molisana il 20 novembre del 1936, è unanimemente considerato come uno dei più importanti scrittori viventi. Vero e proprio autore di culto, viene citato spesso insieme a Thomas Pynchon e David Foster Wallace come figura cardine della narrativa postmoderna americana. Le sue opere indagano temi quali il controllo sociale, gli effetti del consumismo, le teorie del complotto, attraverso uno sguardo spietato sui meccanismi del potere e sui mutamenti della società americana dagli anni Settanta a oggi.
Tra le opere più importanti, scritte dopo Americana, vale la pena citare: 

  • La stella di Ratner (Ratner’s Star, 1976)
  • Rumore bianco (White Noise, 1985), vincitore del National Book Award 1985 per la narrativa
  • Libra (Libra, 1988)   
  • Mao II (Mao II, 1991), vincitore del Premio PEN/Faulkner per la narrativa 1992; finalista al Premio Pulitzer per la narrativa nel 1992
  • Underworld (Underworld, 1997), finalista al Premio Pulitzer per la narrativa nel 1998
  • Cosmopolis (Cosmopolis, 2003)