Rileggere oggi Anna Maria Ortese significa confrontarsi con una voce letteraria che, pur nata ai margini del canone novecentesco, sembra parlare alla sensibilità del nostro tempo. Angelici dolori, il suo esordio del 1937, è stato per lungo tempo liquidato come opera minore, sentimentale e anacronistica. Eppure, nel cuore di quei racconti sottili e malinconici, si cela qualcosa che oggi riconosciamo come profetico: uno sguardo non antropocentrico, un’etica della fragilità, una letteratura che cerca — disperatamente — di sintonizzarsi con il mondo, invece di dominarlo.
“Non era solo ciò che avevo visto, ma ciò che avevo sentito che parlava.”
Nell’esordio della ventenne e sconosciuta Ortese, troviamo le fondamenta della poetica che svilupperà nelle opere successive, e che oggi potremmo forse definire postumana: non nel senso fantascientifico del termine, ma come tentativo di decentrare il soggetto, di scardinare l’idea che solo l’uomo adulto e razionale possa essere portatore di significato.
Nei suoi testi, l’umano non è più misura di tutte le cose; è anzi crudele e vulnerabile allo stesso tempo. Bambini, animali e creature ibride, deboli e “diversi”, convivono su un piano paritetico e avvertono le vibrazioni del mondo, anche a costo della propria pace; il dolore, anziché essere rimosso, diventa strumento conoscitivo. La realtà, anche quella urbana o storica, è sempre trasfigurata da una percezione interiore, sensibile, quasi medianica; con le parole vuole riprodurre un’immagine “viva, grande, colorata, con tutti i caratteri della realtà e tutti i deliziosi ondeggiamenti dell’irreale”.
La sua è una scrittura che non semplifica, che non consola, ma che rovescia e contamina, invitando a entrare in relazione con ciò che è sfuggente, vivo. Ed è anche una forma di resistenza al ritmo disumano del presente: In un mondo così veloce, dove persino la realtà filtrata dagli schermi sembra finta, Ortese ci obbliga a rallentare. A guardare, ad ascoltare davvero.
La lentezza delle sue descrizioni, la densità del suo lessico, non sono ornamenti: sono strumenti di ascolto, di immersione nel reale, di comprensione del dolore — tutto, di tutti — e di espressione di una soggettività in divenire: in Angelici dolori, ogni racconto è un’offerta poetica di vulnerabilità, dall’egocentrismo della fanciullezza di Solitario lume, all’ironia della maturità in La villa.
Nel pensiero di Judith Butler, il linguaggio non è solo veicolo ma luogo di contatto: scrivere è un atto che implica l’altro, che chiama, che soffre. Parola che quindi non si limita a dire o descrivere, ma che accade nel lettore come lamento e canto. In questo senso, la scrittura diventa atto performativo: produce un effetto sentimentale e morale nel momento stesso in cui si realizza.
Anna Maria Ortese “sente” la vita come una postumana ante litteram, la sua opera è una forma di resistenza narrativa e poetica all’antropocentrismo, ci offre un linguaggio per pensare il dolore e la bellezza insieme, come due lati inseparabili dell’esistenza.
Una scrittura sulla soglia del reale, che apre uno spiraglio verso una relazione più profonda con il vivente, nella sua totalità.
“…Se questo fosse angoscia, non so. Lo diventava quando pensavo ch’era il destino universale, dunque anche mio, crescere, e quindi differenziarsi.”
Ortese non ci chiede di capire: ci chiede, performativamente, di metterci in ascolto. E in questo gesto radicale risiede, ancora oggi, tutta la sua forza.
Angelici dolori. Racconti
Prima edizione: Bompiani, 1937
Ultima edizione: Adelphi, 2006, collana Fabula
N. pagine: 475
Sull’autrice: Anna Maria Ortese (1914-1998), scrittrice e giornalista italiana. Autodidatta, nasce a Roma da famiglia modesta e numerosa, e si trasferisce a Napoli nel 1928. La sua formazione scolastica fu limitata, ma iniziò presto a scrivere e pubblicare racconti. Deve il suo esordio a Massimo Bontempelli che propose a Bompiani la raccolta di racconti Angelici dolori (1937). Vince poi il premio Viareggio con Il mare non bagna Napoli (1953), e il Premio Strega con Poveri e semplici (1967). La sua opera è caratterizzata da una forte componente autobiografica, con una particolare attenzione ai temi della solitudine, della memoria, della sofferenza e della bellezza del mondo naturale.

