Prima di trasformarsi nel raffinato cantore del cosmopolitismo europeo, Antonio Tabucchi racconta la terra che lo ha fatto nascere con una storia di tempo senza tempo. Piazza d’Italia marca l’esordio, nel 1975, di uno scrittore curioso, partito dalla provincia di Pisa per diventare di casa nelle grandi capitali del Vecchio Continente.
A ben guardare nella successiva produzione di Tabucchi, divisa tra la forma più breve del racconto e il classico romanzo, il primo lavoro non inaugura una tradizione ripetuta negli anni ma sembra al contrario rappresentare un’opera a sé. Nel soggetto innanzitutto: una saga familiare sviluppata nell’arco di poco meno di un secolo, attorno al nucleo di un piccolo paese dell’entroterra toscano, Borgo. Nel passo narrativo, svolto, come specifica l’autore nel sottotitolo, in “un epilogo, tre tempi e un’appendice” alla cadenza di un linguaggio dal fiato corto ed evocativo. Nelle ambientazioni: le case modeste dei contadini, le Americhe come punti di arrivo delle rotte migratorie alla ricerca di fortuna, le piazze circoscritte di un villaggio provinciale. E quindi: nessun accenno alla Lisbona di Pessoa e alle atmosfere portoghesi così care all’autore; lontano lo stile piano e avvolgente, ricco di riferimenti culturali e letterari; ancora abbozzati e appena accennati i temi tipici del Tabucchi più maturo (il doppio, l’equivoco, il rovescio).
Piazza d’Italia è senza dubbio un’opera matura e riuscita, che vive su gambe coerenti e ben piantate nel terreno della tradizione orale delle storie tramandate di generazione in generazione, sul solco di un’epica familiare che è tutta italiana, come il titolo ben certifica. Lo scrittore considera il suo libro, sulla quarta di copertina della prima edizione, una “memoria, una memoria lunga che si oppone alla memoria breve dei mass media”.
La storia di questa famiglia di anarchici poveri di denaro ma ricchi di dignità è raccontata per brevi capitoli, con lo stesso ritmo e la tensione delle favole che si raccontano intorno al focolare, concise e didascaliche, con una voce poetica che parla della terra e degli uomini che la camminano, ci sudano e combattono. O forse più che favole sono parabole di un vangelo tutto laico, recitato ogni giorno dai nonni ai nipoti perché non scordino mai la loro origine e, legato ad essa in modo inevitabile e inestricabile, il loro destino.
“E cominciò il viaggio attraverso un oceano d’erba solcato da pietrificati velieri rossastri. Notti di viaggio su un treno che spruzzava inchiostro come una seppia, con uomini che parevano neri di fumo ma lo erano per natura, biondi vagabondi senza passato, veloci città di legno che confinavano col nulla. Finché sopraggiunse quel cantiere nomade che costruiva la ferrovia per inseguirla.”
Diversi interpreti hanno colto la vicinanza non solo temporale ma soprattutto di ispirazione con l’epopea indimenticabile dei Buendia dei Cent’anni di solitudine (1967); eppure dal capolavoro di García Márquez l’esordio di Tabucchi si allontana per la mancata adozione del realismo magico e del fantastico e per la sua sostituzione con un attaccamento ostinato a tutto ciò che è immanente: ecco allora le ingiustizie perpetrate da padroni, guardie del re e fascisti, la sofferenza dei lavoratori e la loro indefessa speranza nella lotta come molla per cambiare le cose, l’amore, l’amicizia, gli accidenti della vita, grandi e piccoli, che si raccontano per farsi coraggio e andare avanti. Insomma, la letteratura come gesto umano e soprattutto politico, senza doverne per forza dichiarare lo scopo: occuparsi di politica, dirà in anni successivi Tabucchi, vuole dire
“prima di tutto, sentirsi libero dentro, liberare l’immaginazione, vivere sostenendo la vita”.
E allora, mentre negli anni Settanta le piazze delle città esplodono e sono teatro ancora una volta di scontri e violenza, il professore che a vent’anni era andato a vivere a Parigi per leggere, passare i pomeriggi nei cinema di Saint-Germain e seguire corsi alla Sorbona di letteratura e filosofia si sente spiacevolmente sorpreso dal tempo che lo circonda, persino “abbastanza irritato dai libri che trovavo nelle librerie, da quell’onnipotenza della filosofia politica … per cui scrivere letteratura sembrava quasi peccato mortale”. Tabucchi si ritrova a passare l’estate del 1973 in città, bloccato dalla nascita della figlia; inizia a scrivere (“per ingannare la noia”) le pagine che poi casualmente l’amico Enrico Filippini, direttore editoriale di Bompiani, legge e decide subito di pubblicare. L’esordio avviene quasi senza volerlo, Piazza d’Italia trova la via della stampa in un numero limitato di copie incassando una buona risposta da parte della critica (anche Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia si congratulano con l’autore) e il professore di Lingua e letteratura portoghese diventa scrittore.
Partendo da quella piazza d’Italia appena al di là della finestra del suo scrittoio e raccontando le vite disgraziate e bellissime delle sue genti, lo sguardo e il talento di Tabucchi spiccano il volo dalle paludi attorno all’Arno per librare in alto come le finestre delle case di Borgo, attraversano l’Europa per consegnarci una delle voci più importanti, ispirate e rispettate della fine del Novecento.
Piazza d’Italia
Prima edizione: Bompiani, 1975
Ultima edizione: Feltrinelli, 2012
Sull’autore:
Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 – Lisbona, 2012) ha affiancato all’intensa attività accademica una prolifica carriera di scrittore di narrativa, nella forma del romanzo (tra i tanti titoli, Sostiene Pereira, 1994, vincitore del Premio Campiello) e dei racconti. Con la sua opera di traduttore, saggista e critico, ha contribuito alla diffusione della letteratura portoghese in Italia e in particolare della produzione di Fernando Pessoa. Considerato una delle voci europee più importanti del secondo Novecento, nelle sue pagine è riuscito a esprimere in uno stile elegante e preciso un rigoroso impegno civile.

