Ha una cifra che non ti aspetti, il memoir appena uscito per minimum fax che Gianni Denaro dedica alla sua famiglia e soprattutto a sé stesso: una delicatezza rara che accompagna le lunghe didascalie a immagini un po’ sbiadite che raccontano la prima parte di una vita.

Siamo a Valguarnera, nell’ennese, è il 1990: l’anno di Vattene amore. Santa e Cristofero si sposano, belli ed elegantissimi. Avranno due figli, Gianni e Andrea (che qui è un nome femminile). Sarà il primogenito a raccontare la loro storia, in prima persona: una storia d’amore e anche di dolore che parte simbolicamente da un armadio svuotato, trenta anni dopo: un armadio che contiene insieme ai troppi indumenti i sogni del padre, che con la passione per la moda non riuscirà a costruire il futuro; e il mal di vivere della madre, che quelle stoffe non ha scelto né mai davvero voluto.

Adesso siamo solo io e lei, davanti a quell’armadio spalancato, mezzo orfano dei vestiti volati via.

Si riparte dal principio: la famiglia nasce e cresce con la partecipazione chiassosa di zie e nipoti, un dialetto stretto e musicale. Lavorerà solo il padre, romantico e forse ingenuamente entusiasta; dapprima con un negozio di abbigliamento che lo indebiterà, poi come vetrinista, infine come tappezziere-arredatore. La madre resterà sempre a casa, spesso sul divano, guardando alla sua famiglia senza mai sentirsi davvero casalinga, attraversando lunghi periodi di quella che come spesso accade non sarà mai chiamata col suo nome: depressione. 

Sono due modi diversi di guardare all’esistenza, e tra loro c’è molta differenza: lui mi guarderà dalla riva della vita, lei da quella della morte.

Andrea appare una bambina e poi una ragazza più spensierata: sarà Gianni a registrare nel tempo le dinamiche familiari, a portare sempre con sé la paura e il peso di veder soffrire le persone amate, gestendo le sue proprie ombre.  Andrà a Roma a studiare moda, senza mai chiudere fuori la sua famiglia di origine, i suoi genitori diversi e indivisibili, la mamma che con gli anni sembra star meglio. 

Gianni deciderà col tempo di elaborare la propria catarsi ricostruendo la vita dal principio attraverso un album di foto, come quelli di una volta, dove ogni ritratto, analizzato a partire dagli abiti indossati – l’armadio di famiglia – riporta alla mente un passaggio a suo modo importante e prezioso della vita familiare.  Ricordi belli e un po’ brutti, immagini che descrivono gli stati d’animo osservando con cura la postura e l’espressione delle persone immortalate.

I miei genitori si portano ancora addosso quegli eventi, quasi fossero cappotti che non possono sbottonare. Ogni tanto se ne sentono soffocati, ma continuano a indossarli nel timore di dimenticarli, poggiati, da qualche parte – e dunque di non poterne più essere confortati. Non sanno però che dei ricordi ci si può svestire e rivestire all’occorrenza.

Non si percepisce alcuna fiction in questo romanzo dove volutamente sembra accadere poco. La testimonianza di chi è cresciuto accanto alla depressione è tanto più preziosa perché non si appoggia ad escamotage narrativi – che forse ci saremmo aspettati – ma ci viene proposta nuda e cruda, una scelta di verità supportata da una scrittura personale ed elegante. Un memoir pieno di grazia che non nasconde un tono ironico, che mette il dito nella piaga senza mai essere pruriginoso, che appare catartico per l’autore e che sembra comunicare una sua ripartenza che ci aspettiamo di leggere tra le righe del suo prossimo romanzo.

Come gli abiti, anche l’esistenza a volte può slabbrarsi, bucarsi a un nostro sbadato movimento – non per questo siamo colpevoli di averla rovinata deliberatamente.

 


Casa editrice: Minimum fax
pubblicato a: febbraio 2026
pagine: 236

Sull’autore: Gianni Denaro è nato a Enna e cresciuto a Valguarnera, nell’entroterra siciliano. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora come designer e docente universitario in progettazione e cultura della moda. Armadio di famiglia è il suo primo romanzo.