L’Onda sta per abbattersi sulla Punta, paese di un immaginario futuro (immaginario sì, ma non così distante) in cui la popolazione è divisa in base al proprio Valore, prontamente aggiornato da un Valorimetro. Quando il Valore scende sotto la soglia di tolleranza, interviene il Pullman di Deportazione, che ha il compito di trasportare i malcapitati verso una destinazione ignota. Il tutto mentre sulla costa accorrono orde di Spettatori in attesa del grande evento. Questo fa da cornice al thriller apocalittico con cui Ali Millar ha esordito in narrativa, Ava Anna Ada, portato in Italia quasi in contemporanea con l’uscita nel Regno Unito da Edizioni SUR nella traduzione di Martina Testa.

Noi l’abbiamo avuta prima di chiunque lo sapesse per certo, la sensazione profonda che laggiù al largo, in alto mare, ci fosse qualcosa che non andava.

C’è da dire che la componente distopica costituisce il punto di partenza ma non il cuore del romanzo, che invece è dedicato alle tre figure femminili del titolo. Tre nomi, la a come unica vocale che riecheggia. Tre nomi palindromi, nomi quindi che, almeno apparentemente, non hanno nulla da nascondere perché restano gli stessi anche leggendoli al contrario. Eppure.

Anna è una donna di Maggior Valore che si è da poco trasferita alla Punta con il marito Leo e il figlio Adam nella speranza di superare il dolore per la perdita della figlia Ada. La sua vita se la costruisce sullo Schermo, a cui si rivolge di continuo con post e dirette. Un giorno, mentre si trova in giardino (e non si dirà altro perché, pur essendo le prime pagine del romanzo, meritano di non essere anticipate), alza lo sguardo e vede quella che sembra proprio Ada: “Non era lei così come non era mai stata lei tutte le altre volte che l’avevo vista”. È Ava, così simile ad Ada nell’aspetto oltre che nel nome, una ragazza che vende sesso nel bosco per racimolare i soldi necessari a evitare la Deportazione. Ava non è lì per caso come vorrebbe far credere (“Tutti hanno bisogno di un passatempo: e il mio passatempo era lei”) e i destini delle due donne si intrecciano. 

 […] non è che molti di noi, qui sulla Punta, sapessero distinguere ciò che era vero da ciò che era finto. Qui, se una cosa assomiglia a quella vera, vale come se lo fosse.

Già si comprende come la limpidezza dei nomi non rispecchia la natura enigmatica, se non francamente oscura delle protagoniste. Si deve aggiungere che tre nomi così simili non possono far altro che confondersi. Siamo oltre il lapsus, perché l’erosione dei confini tra le figure è intenzionale, desiderata, seppure per ragioni diverse. Anna vorrebbe avere indietro la figlia che ha perso e così veste Ava con gli abiti di Ada. E Ava non si sottrae al gioco, in uno scambio di identità sempre più vertiginoso, in cui i capitoli si fanno serrati, in un lisergico alternarsi di ricordi, realtà e dolorosa immaginazione.

Ali Millar trascina il lettore in un rapporto intenso e morboso carico di menzogne e desiderio, che porta le protagoniste a compiere gesti sempre più crudeli e violenti, dai quali non è possibile tornare indietro, ma solo andare avanti. 

Non vedevamo il confine che stavamo superando in quel momento. è questo il problema dei confini: sono impossibili da vedere, fino a cose fatte.

La scrittura ricalca i pensieri di Anna e Ava, con una sintassi che si comprime o si dilata a seconda dell’emotività, dando vita a un viaggio forsennato e angosciante. I capitoli si alternano prestando la voce a una o all’altra o a entrambe, diventando un esempio da manuale della cosiddetta prima persona inaffidabile: si torna spesso sullo stesso evento per ridefinirlo o ribaltarlo, in un passo a due onirico e perturbante. C’è anche un Noi, che riempie pagine in corsivo offrendo un punto di vista più elevato, quasi onnisciente ma anche lontano, indifferente all’umano dimenarsi che invece caratterizza i passaggi raccontati dalle protagoniste.

[…] era così che si mantenevano i segreti sulla Punta, lasciandoli in bella vista in modo che non li vedesse mai nessuno salvo gli occhi come i Nostri, occhi che sapevano vedere sotto e oltre le cose.

Non c’è conforto in questo romanzo, né assoluzione. E nemmeno una morale. C’è piuttosto una presa di consapevolezza di alcune distorsioni del mondo nel quale già viviamo ma che possiamo ancora correggere. 

 


Titolo: Ava Anna Ada
Autore: Ali Millar
Casa editrice: Edizioni SUR / Orion Publishing co.
Traduzione: Martina Testa
Pubblicato a: marzo 2025 / gennaio 2025
N. pagine: 301 / 191

Sull’autrice: Ali Millar è nata in Scozia nel 1980. È cresciuta all’interno di una comunità di Testimoni di Geova e, dopo averla lasciata e aver studiato scrittura creativa alla Napier University di Edimburgo, ha raccontato l’esperienza nel memoir The Last Days (2022), segnalato dal Guardian fra i migliori libri dell’anno. Ha pubblicato pezzi giornalistici sul Guardian e sul Sunday Times, fra gli altri, e tiene una newsletter: Ali Millar’s 3 am things. Ava Anna Ada è il suo primo romanzo.