Elia conta prima di fare le cose, per prendere tempo; parla poco, evade le domande; chiama il padre per nome, in attacco volontario alla sua paternità. Usa i vestiti smessi del cugino e questo gesto è affermazione di non-esistenza e di passività, prima che una scelta ecologica di riuso. E’ sempre sul punto di dire qualcosa, ma tace. Sua madre è morta in un incidente quando aveva sei anni, e l’ultima cosa che lui le ha detto l’ha urlata per fastidio e per ripicca. Con questo lutto ha fatto un movimento verso l’interno e si è freezato così, per anni, e nel frattempo funziona con la vitalità al minimo, prossimo alla paralisi emotiva. Camilla, la sua quasi-ragazza, dice che vive “a risparmio energetico”. Se qualcuno incontrasse Elia nella vita reale vedrebbe ogni tanto delle esalazioni di tristezza, come un umore freddo, alzarsi dalla sua persona. Vive a Pandino, paese di pianura, perso tra nebbia, cascine e prati stabili. Il nome improbabile fa pensare a un paesaggio di finzione; “tutto è Pandino”, dice Elia nel romanzo, come a dire: non c’è scampo, non ci si salva dalla provincia. E’ così poco credibile questo paese, fa tanto travestimento da autofiction, eppure esiste davvero sulle cartine, incastrato tra il cremasco, Cremona e Milano. A Pandino Elia frequenta l’ultimo anno di liceo, ha pochi amici, evita con cura di costruire legami e di pensare al futuro; il suo unico disegno è sopravvivere giorno dopo giorno dopo giorno.
Samuele Cornalba dice di essere partito, scrivendo Bagai, dall’indifferenza che il protagonista si porta addosso. Un tema già sfruttato, una mossa difficile. L’indifferenza in Elia non è uno stato consequenziale, è un’armatura, un carapace di protezione, una sorta di imbottitura. Non è uno stato in luogo – per usare una lingua franca scolastica più vicina all’età dei personaggi; tutt’altro, è un complemento di mezzo. Elia sopravvive con l’indifferenza. E’ sempre attento a mettere distanza, a evitare ogni frizione, sembra tracciare dei confini immaginari tra sé e gli altri con un gessetto da sarto. Anche nel dialogo è capace di tirarsi fuori, di mettersi di lato; fa entrare il suo sguardo spiovente che sposta l’attenzione su qualcos’altro; e tutto questo solo per non rispondere alle domande, per guadagnare tempo. Più in generale, tutto il romanzo è impostato su questo passo; persino i dettagli nelle descrizioni servono a prendere tempo: è tutto un incunearsi attorno ai dettagli.
Sulla fronte, poco più su del sopracciglio destro, Camilla ha una cicatrice che sembra una virgola. E le virgole, pensa Elia, non concludono.
Per Elia contano più dell’insieme; è un particolare che lo salva dalla disfatta – nell’incontro con la realtà lui perde prima che la partita cominci. In un particolare – che non ha nulla della bellezza dostoevskiana che salverà il mondo – in un dettaglio minimo, impotente rispetto alla forza del tutto, Elia trova riparo. E’ il capello di Camilla sul maglione, l’unica fragola sopravvissuta nell’orto, lo Zippo del nonno, l’ultimo romanzo letto dalla madre prima di morire. Frazioni di realtà che si caricano di senso, che lo isolano autisticamente anche solo per un momento di tregua, con il sistema parasimpatico in loop. Rischia di passare l’intera adolescenza in queste buche scavate nel tempo, trincee interstiziali tra un momento e un altro.
L’equivalente iconografico di Elia è una tela di Fontana, perché il suo personaggio entra sempre di taglio, e resta così, leggermente aperto, con i due lembi slabbrati; quella breccia sottile che rimane è l’unica apertura per comunicare con il mondo. La traccia della sua esistenza è presente solo all’interno e fino a quando non trova una via d’uscita, resterà in potenza, qualcosa che può esistere ma non lo fa. Dovrebbe imparare a occupare più spazio nel mondo, ma ha troppa paura e sceglie di collassare all’interno.
La sensazione degli sguardi altrui sulla pelle lo opprime, si schiaccia con più forza contro il muro. In questi momenti vorrebbe tornare al suo luogo del nulla, fossi pigri e marciapiedi deserti.
Quando il corpo della madre riaffiora da una vecchia foto con carnalità e prepotenza, l’equilibrio che mantiene a fatica pian piano si incrina. Elia comincia a raccogliere ovunque dettagli e indizi che possano, messi tutti assieme, ricrearne l’immagine a figura intera, come un frankenstein femmina e madre. Legge a ripetizione Il grande Gatsby, studia la grafia della mamma, ne compulsa le annotazioni, vuole entrare nella sua testa, vuole diventare lei, annullarsi là dentro. Deve ridarle densità, prima di poter prendere di nuovo distanza, prima che una corrente galvanizzante attraversi anche lui, quella forma di elettricità che è la più semplice espressione della vita. Fa tenerezza quando chiede aiuto proprio alle persone che taglia fuori dalla sua vita con ferocia, a suo padre, a sua zia, al padrone della libreria; persino dal giardino pretende la restituzione ologrammatica della madre. Chiede con indisponenza, è una richiesta che ha molto dell’imposizione e del ricatto.
Di lei parlano soltanto durante l’inverno, all’anniversario della sua morte. Per il resto dell’anno Teresa non è mai esistita, non sarebbe esistita mai più.
Non è proprio fatto di indifferenza, il vestito di Elia. L’indifferenza lo avvolge, ma è solo uno strato superficiale, una pellicola che dissimula il motore vero.La sua è una guerra di posizione costante, portata avanti con ostilità: la prima risposta è sempre un No, sbandierato con protervia. Sarebbe stato meglio lasciare detonare completamente questa carica negativa, senza timore. Invece Elia non riesce a essere pienamente se stesso, porta la sua protervia fino a un certo punto, ma non arriva fino in fondo. Nella curva finale della storia si apre al Sì, diventa umano all’improvviso, quasi mite; ma è una mossa che avviene molto in sordina e che non è convincente. Elia sceglie Pandino, sceglie Camilla, sceglie la vita, così com’è; la stessa vita che poco prima lo raggela. E non c’è nessuna esplosione, non c’è la sorpresa dello scacco matto e non c’è nemmeno gioia: questo passaggio è fintamente liberatorio, è uno switch senza potere di rovescio. Come se l’esercizio del sì fosse una ulteriore disciplina autoimposta, una transizione guidata. E andrebbe bene anche così: si può scegliere consapevolmente la propria libertà; ma è un atto di costruzione progressiva, non qualcosa di immediato. Anche andando verso la vita, Elia resta un iceberg sommerso che si muove per scatti improvvisi, riflessi nervosi difficili da seguire.
Bagai è lui, bagai è Andrea, bagai sono i ragazzi di Pandino, della provincia, quelli a cui sono stati cancellati futuro e ricordi, quelli che corrono senza direzione, che scappano da un mondo incendiato.
Il finale chiude la storia solo in superficie e ci chiede su due piedi di fare una cosa rischiosa, perché tutta in proiezione: immaginare un Elia opposto, che abbia compiuto il percorso all’inverso nello spazio di poche pagine e sia diventato accogliente, senza l’ossessivo bisogno di chiudere ogni porta. Che abbia raccolto l’eredità della madre, a calice, e che magari, chissà, riesca a pacificarsi anche col padre.
Casa editrice: Einaudi
Collana: Unici
Pubblicato a: marzo 2024
N. pagine: 184
Sull’autore: Samuele Cornalba ha ventiquattro anni, ha studiato Lettere ed è un allievo della scuola Belleville. Vive a Pandino e sta scrivendo il suo secondo romanzo.

