Arriva prima o poi il momento in cui scopriamo che le cose nella nostra vita non sono andate proprio come immaginavamo, o ricordavamo, e che ci siamo fabbricati una realtà posticcia. Quanta delusione allora nel rendersi conto che determinati fatti sono accaduti per ragioni diverse da quelle che ci eravamo mentalmente costruiti avvelenandoci l’esistenza, accumulando sospetti e rancori inutili.

L’agile (si legge tutto d’un fiato) romanzo d’esordio dello scrittore Paolo Maccari – fino ad oggi solo poeta – Ballata di Memmo e del Biondo, Elliot edizioni, si nutre di questa ambiguità, che è l’architrave di una trama apparentemente statica ma dove a filare sono i ragionamenti, i ricordi, le emozioni, mentre grava un fondo carico di commozione, alleggerito da un’ironia corrosiva e feroce.

Il Biondo dice di avere trentotto anni, ha una famiglia tutto sommato come tante, un fratello che tradisce la moglie con una ragazza più giovane della figlia, un altro fratello che vive agiato al nord, una madre orgogliosa di loro. Il racconto, che dura lo spazio di un pomeriggio, si svolge in Toscana, a Colle Val d’Elsa, città del cristallo, e toscana è la voce e l’indole dei personaggi. I dialoghi, che siano diretti o che lo sembrino grazie a una studiata tecnica narrativa, sono spesso intercalati e sanciti dalla bestemmia, non riportata testualmente ma solo evocata, e i modi dei personaggi sono il più delle volte bruschi, ruvidi.

Il Biondo, dicevamo: indolente, solitario un po’ cane sciolto, fondamentalmente un cinico. Ma arriva per lui il momento di incontrare, presentandosi come notaio, Memmo. L’uomo, cieco da anni e forse non del tutto in sé, sente l’urgenza di fare testamento, ma anche di stilare un bilancio della propria esistenza. Inizia così la sua lunga ‘ballata’, l’appassionato racconto di un’orgogliosa vita di lavoro e sudore nell’azienda vetraia del padre. Il Biondo rielabora le parole di Memmo e così lui, e noi appunto, scopriremo che le nostre convinzioni sugli affetti e i rapporti più cari, il nostro poggiare granitico e talvolta fideistico su certezze consolidate, possono improvvisamente essere rimesse in discussione. 

Chi è Memmo allora, e chi il Biondo? Lo capiremo pian piano, ma saranno soprattutto loro ad averne coscienza, con il più giovane dei due destinato a convivere con un sottile, cupo rimpianto. In fondo è proprio il Biondo, che narra e ascolta e ripensa, l’autentico protagonista del romanzo, la voce dolente e beffarda di un uomo rifugiatosi nella solitudine, lui che ha scelto di guardarsi vivere: “Bisogna lasciar perdere. Faccio come faccio sempre. Mi rifugio nella delusione degli altri”.

Lo sguardo del Biondo è disincantato ma ironico e divertito. La “preghiera” dell’agente immobiliare, che accetta di portare “la camicia bianca ficcata nei pantaloni anche se significa esaltare la buzza”, è un esempio di esplosiva, desolata ironia:

“Dio onnipotente, ti dedico la prominenza del mio ventre, non la occulto no, la metto in bella vista, a mortificare la mia vanità. Mi inchino all’atroce altare dell’efficiente eleganza standardizzata che mi lega ai confratelli, e Tu in cambio concedimi di vendere quei quattro vani al terzo piano senza ascensore. Mandami un acquirente giovane e poco previdente, di gamba forte, che apprezzi il panorama e non pensi alle pene del trasloco e alle confezioni d’acqua da portare su in casa…”.

E mentre Memmo racconta la storia della sua vita – la sua famiglia che si elevava culturalmente e socialmente negli anni, una moglie bellissima poi deceduta, due figli, la femmina dal carattere forte e ribelle, da lui preferita rispetto al maschio debole e introverso – il Biondo annuisce, conferma compìto, in un faccia a faccia dove comparirà il fantasma di un convitato di pietra, fonte di ricordi e rimorsi. E le cose per lui non potranno più essere le stesse. 

È troppo tardi, e resta poco, solo i pensieri: “Pensieri di merda. Come i ricordi”. Insieme alla solitudine:

“E così sono rimasto solo. In maniera completamente diversa da come lo ero prima di entrare da Memmo. È ora di tornare a casa, alle mie tecniche di rilassamento, e lì la solitudine sarà un’altra cosa ancora”.

Memmo e il Biondo inscenano un vero e proprio conflitto generazionale tra chi ha costruito alacremente e chi ha scientemente deciso di distruggere, fra due che avrebbero potuto essere padre e figlio ma che hanno perso l’occasione per dirselo. Saremo noi ad intuirlo, quasi a confermarlo pagina dopo pagina. È la magia della storia che regala al lettore il privilegio di esserne parte attiva, lasciandogli addosso la profonda amarezza dei fatti, e del senso della vita.

La scrittura di Paolo Maccari è asciutta, diretta, affilata. Le parole arrivano al punto, sono scelte con estrema precisione: “Conosco la sua onestà quasi irritante. I suoi spigoli morali”; e ancora: “Non è forte il figlio di Memmo: è coraggioso”. Divertente (e anche divertito) il passaggio dal significato metaforico a quello letterale: “Lei, che suo figlio facesse il passo troppo lungo, non lo riteneva possibile. Le sembrava che avesse le gambe migliori del mondo”. 

E poi c’è la voce del poeta che usa nella stessa frase un verbo transitivamente e poi nella forma intransitiva: “Se la domanda curva il suo discorso, lui curva volentieri”; o l’immediata, assonante successione di “perdermi e prendermi”. Fino a quando la liricità della scrittura esce fuori prepotente:

“E se un pensiero ti ossessionava e glielo dicevi, lui lo ripeteva, ci scherzava su, ti investiva con quella risata che non aveva niente di irridente o malizioso, era pura equanime allegria che schiumava sul tuo pensiero molesto e lo liberava dal suo dolore”.

Insomma, un racconto amaro e audace nel suo altalenare fra sarcasmo e commozione. Un romanzo d’esordio ma già di piena maturità creativa.

 


Casa editrice: Elliot edizioni
Collana: Scatti
Pubblicato a: gennaio 2025
N. pagine: 160

Sull’autore: Paolo Maccari, nato a Colle Val d’Elsa nel 1975, vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato diversi libri di poesie, tra cui Ospiti, Fuoco amico, Contromosse, Fermate. Numerosi sono i contributi critici in antologie italiane e straniere. Dirige con Valerio Nardoni le collane di poesia dell’editore Valigie Rosse. Ballata di Memmo e del Biondo è il suo primo romanzo.