Si muove lungo il confine tra poesia e narrativa Bara di seta, romanzo d’esordio della poetessa Ilaria Caffio: il suo è un racconto che si nutre dell’urgenza di mettere sulla pagina parole che ronzano nella testa, come “uno sciame”, in una lettera-confessione rivolta alla sorella più piccola e non in ultimo, a se stessa.
Un io narrante che invoca un tu, una madre, un padre e una casa vicina al mare, nessun nome, nessuna specifica. I pochi elementi che costellano la trama scarna sono tenuti insieme dall’intensità della voce di Caffio che spinge a inoltrarsi nella complessità dei rapporti familiari e a stare, senza possibilità di evitarlo, tra le pieghe del dolore.
La grande assenza della sorella incombe fin dalle prime righe, quando la protagonista fa ritorno nella casa di famiglia, senza di lei; nell’immobilità e desolazione di gesti reiterati che racchiudono lo scorrere impietoso del tempo, si respira un’aria di smarrimento, la volontà di cercare una traccia come se le stanze potessero restituire una dimensione passata in cui tutto era assoluto ed estremo. Una casa che prima era un “bordello” e ora “un terreno incolto”. Sono mura che racchiudono i vuoti e i pieni di una vita, la malattia e la solitudine ma anche un desiderio disperato d’amore e una lotta interiore, quasi bestiale, per conquistarne una piccola parte. C’è una grande presenza, che tutto occupa e condiziona: una madre, ormai costretta a letto ma malata fin dall’infanzia delle due sorelle, altalenante tra furore e depressione, tra giochi allegri e spietata indifferenza – il perno attorno al quale ruotano le loro vite e quella del padre, sottomesso, accudente.
“Non so se cominciare da mamma o da te. Mamma è sempre stata generosa con te. Sapevo che l’avrei tirata in ballo ma me l’hai insegnato tu che ogni storia inizia con una madre.”
Presto scopriamo che la storia, snodandosi sul doppio binario tra il presente segnato da un evento che tutto sovrasta e il passato, relegato perlopiù all’infanzia della protagonista, ha in realtà il suo fulcro nella figura materna, un personaggio sfuggente – così come i ricordi di Caffio narratrice, nebulosi e inaffidabili, intrecciati all’immaginazione e alla volontà di compensazione – ma dalla vitalità ferina e dalla forza risucchiante. Generatrice e al contempo capace di distruggere, ha condannato la figlia maggiore all’invisibilità e quella minore a essere l’unica depositaria del suo amore. Si percepisce tutta la sofferenza, carnale, viscerale, di un legame non corrisposto:
“Mamma non spezzarmi le ossa, mamma prendimi in braccio per favore, dammi latte caldo, stringimi, rimpiccioliscimi, leggi la preghiera, fammi diventare la somma dei tuoi sogni, staccami da papà, non generarmi, vai lontano, fammi a pezzi, riavvolgi la vita, masticami, se puoi ignora i fili bianchi che ti attraversano la fronte, riguardati a diciott’anni, quanto bella sei, con la treccia che oscilla sulla schiena e si dimena come un serpente con la bocca di sangue.”
E tuttavia, senza la sorella minore, preferita e più amata, oggetto di gelosia, cosa ne sarebbe stato di un rapporto impossibile da mantenere, ferocemente insostenibile? Lei, la sola persona in grado di comunicare con la madre in una lingua tutta loro, è anche l’unica a vedere la sorella più grande, a riconoscerla, ed essere un’alleata.
[…] ma non basta il sangue, anzi non serve, il patto serve, questo è servito, il patto silenzioso che abbiamo fatto quando eravamo bambine e ci facevamo i taglietti sui polsi e mischiavamo il sangue la notte di San Lorenzo. Esprimi un desiderio, per sempre, dicevi, e io ripetevo, per sempre sempre, e sovrapponevamo le mani, le ferite, per diventare ciò che già eravamo, noi diventavamo ogni anno quello che siamo sempre state.
In mezzo a questo binomio esclusivo, la sorella maggiore si assume negli anni il compito di filtrare e nascondere il lato più oscuro e meschino della madre agli occhi della più piccola, segreti inconfessabili tenuti ingabbiati, nell’intento di proteggere e salvare. La vita adulta e due strade diverse, le portano a lasciare la cura gravosa della madre alla giovane badante Anna e al padre, e a un inevitabile e graduale allontanamento, pur mantenendo vivo il legame puro di sorelle bambine.
Poi un’alba, tragica, segna per sempre la loro separazione.
E nell’assurda voragine che all’improvviso si crea, si innesca la ricerca di un senso per continuare a vivere, quando la parte migliore di noi non esiste più, quando il dolore di chi resta cambia anche i connotati del mondo.
“Erano trascorse poche ore senza di te. Le strade erano diverse, i sensi di marcia, le persone che abbiamo conosciuto e ospitato, la città era cambiata, non c’era alcun pericolo, cos’altro può accadere ora che non ci sei più. Una sensazione di luce fioca, di colpa inestimabile e duratura. Di ossa scricchiolanti, candele spente.”
Ci si aggrappa a una preghiera laica – tra le pagine più belle di questo romanzo – alla necessità di credere che non tutto si annulli con la morte.
“Ma io non posso pensare che la tua massa muscolare, le ossa, la tua voce, siano divenute humus per querce, speranza per gli animali al buio, e null’altro.”
L’incredulità di essere rimasta sola, una sopravvissuta, cerca conforto nell’istantanea dei ricordi, nel riprendere un dialogo interrotto e finalmente, raccontarsi, liberarsi da fantasmi fasulli e verità non dette.
“Che tu sia stata, sorellina mia, e lo sia tutt’ora, sorella dei mattini, la canzone che avevamo cantato qualche giorno prima in macchina come fanno i giovani. E che giovane eri tu, e che tu facevi ciò che la tua età sperava che facessi.”
Le abilità poetiche di Caffio si riversano nella prosa trasferendole densità e forza; in parte però ne costituiscono anche il limite, nel trovare pieno adattamento alla struttura e allo sviluppo della forma narrativa del romanzo. Ma Bara di seta avvolge e cattura, trafigge e lenisce. A lungo resta l’ondata di emozioni e di immagini che l’autrice ha saputo suscitare, a lungo resta la sensazione di una consolazione irraggiungibile, sfiorata solo nell’atto della scrittura stessa – nel comprare “domani un quaderno nuovo dove annotare le belle notizie”.
Per noi lettori, trova compimento nel potere curativo delle parole che l’autrice ha cesellato sulla pagina e che ci ha instillato come un veleno e il suo antidoto insieme, mentre ci percuoteva l’anima.
Casa editrice: Solferino
Collana: pavoni
Pubblicato a: gennaio 2024
N. pagine: 144
Sull’autrice: Ilaria Caffio è nata a Taranto nel 1991 e vive a Roma. Le sue poesie sono state tradotte in Sud America, Stati Uniti e Medio Oriente. Nel 2022 ha preso parte, con il racconto Il tuffo, all’antologia Data di nascita curata da Teresa Ciabatti per Solferino. Bara di Seta è il suo romanzo d’esordio.

