“Sapete che Cretinetti scrive un romanzo?”
Siamo a Milano agli inizi degli anni ‘30 nella redazione del Corriere della Sera. A pronunciare queste parole, canzonatorie ma in fondo bonarie, è Orio Vergani, giornalista, scrittore e fotografo. Il romanzo in questione è Barnabo delle montagne e Cretinetti è Dino Buzzati, come lo chiamavano i colleghi, probabilmente sconcertati dal suo carattere schivo e del tutto privo di ambizione. Lo scrittore bellunese fa ingresso non senza apprensioni nella redazione di via Solferino nel 1928. Aveva allora 22 anni:
“Oggi sono entrato al Corriere, quando ne uscirò? – Presto, te lo dico io, cacciato come un cane”
scriveva nella pagina del suo diario. Il giornale, diretto all’epoca da Aldo Borelli, annoverava collaborazioni prestigiose, una su tutte quella di Gabriele D’Annunzio, più tardi compariranno firme ‘universali’ come Indro Montanelli, Camilla Cederna, Giovanni Mosca, Alfonso Gatto, Eugenio Montale. Ma noi qui raccontiamo la figura di un uomo per certi aspetti solo, compìto, silenzioso, senza particolari ambizioni, un montanaro veneto diretto ma riservato:
“Sono brutto. Secco, naso pesante, voce ruggine, introverso, nessuna comunicativa, scarso successo con le donne”; “Sono quasi visceralmente pessimista. Soprattutto se io sono in un posto tranquillo e silenzioso, come in campagna, ho come la sensazione che da un momento all’altro debba capitare qualcosa di catastrofico, non so, come un bolide, un meteorite, che piombi sulla Terra e la sfasci”.
Timido, scoraggiato, evidentemente ipercritico, ma da subito già giornalista e scrittore, poi anche drammaturgo, poeta, fumettista, pittore. E ancora librettista d’opera, costumista, scenografo.
Barnabo delle montagne, racconto lungo e opera prima del 1933, ha il passo del giornalista, la scrittura è quella asciutta del cronista, senza enfasi. L’incipit ne è un esempio perfetto: “Nessuno si ricorda quando fu costruita la casa dei guardiaboschi del paese di San Nicola, nella Valle delle Grave, detta anche la casa dei Marden”. Non a caso Montale osservava che la narrativa di Buzzati era “lo stesso guanto, ma rovesciato”, del giornalismo.
Barnabo è certo già l’antesignano di Giovanni Drogo, l’antieroe de Il deserto dei Tartari (1940). Anche lui consuma il suo tempo, e la vita, nell’attesa, in questo caso a guardia di una polveriera, aspettando invano di scontrarsi con i briganti. Sono già presenti i temi peculiari della poetica buzzatiana: la fotografia della condizione umana sospesa, nella speranza che accada non si sa bene cosa, fondamentalmente una supina acquiescenza all’ineluttabile destino di morte. Destino che egli ha declinato magnificamente nel più noto Il deserto dei Tartari ma soprattutto nelle raccolte di racconti – su tutte I sette messaggeri (1942) – dove la rapidità della scrittura esalta la narrazione dell’autore, il carattere spesso fantastico e surreale della pagina. Dunque un esordio che è anche premessa del grande scrittore che presto conquisterà una fama universale, tanto che dai suoi romanzi e racconti verranno tratti film e opere teatrali di successo.
Buzzati raccontò storie anche attraverso le immagini. Fu pittore visionario e sognatore, i suoi quadri ritraevano spesso la montagna che lui conosceva bene: era – potremmo dire – la sua comfort zone dove sperava, rimanendone deluso, di poter cogliere il senso della vita. In Un autoritratto del 1971 Buzzati confiderà con un certo gusto della provocazione: “Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista”. Non possiamo allora non segnalare Poema a fumetti del 1969, una sorta di graphic novel ante litteram dove i suoi temi classici e una profonda riflessione sulla vita passano attraverso la rielaborazione in chiave moderna e scanzonata del mito di Orfeo e Euridice.
Difficile dunque inquadrare una personalità così eclettica nell’Italia dell’epoca che pure registrava figure affini al realismo magico come i vari Bontempelli, Palazzeschi, Calvino, Savinio o Landolfi. Difficile anche cogliere nel panorama europeo le influenze, pure sondate dalla critica, del surrealismo francese ma soprattutto di Franz Kafka (nel quale manca del tutto l’angoscia del tempo che passa), che è stato la nemesi in vita di Buzzati:
“Da quando ho cominciato a scrivere, Kafka è stato la mia croce. Non c’è stato mio racconto, romanzo, commedia dove qualcuno non ravvisasse somiglianze, derivazioni, imitazioni o addirittura sfrontati plagi a spese dello scrittore boemo. Alcuni critici denunciavano colpevoli analogie con Kafka anche quando spedivo un telegramma o compilavo il modulo Vanoni”.
Comunque sia, ci troviamo di fronte a un uomo controcorrente, un outsider che non apparteneva ai circoli letterari dell’epoca, avulso dalla politica. Ancora in Un autoritratto confesserà:
“Di politica non mi importa niente. Durante la guerra e anche prima, io facevo le stesse cose che faccio oggi. Tali e quali. Poi ho saputo che i miei colleghi, negli ultimi anni, s’erano organizzati nei movimenti clandestini. Io non me n’ero neppure accorto. Non badavo né agli uni, né agli altri, scrivevo. Ce ne vuole di fatica, per scrivere. Fatica fatica, intendo. Bisognerebbe essere alti, forti, giganteschi, avere una struttura di ferro. E non pensare ad altro”.
Eppure, anche se soprattutto in Italia poco considerato dai critici letterari e dal loro controverso giudizio – in Francia ad esempio è scrittore amatissimo – anche se raramente proposto come autore nelle scuole, Buzzati continua ad essere apprezzato da tanti lettori. Ha creato infatti immagini immortali per mezzo di una scrittura essenziale, e ha così percorso i meandri profondi dell’inconscio. Un narratore di indiscutibile talento, un grande scrittore.
Barnabo delle montagne
Prima edizione: Treves-Treccani-Tumminelli, 1953
Sull’autore: Nato nel 1906 a San Pellegrino di Belluno, Buzzati entra nel 1928 al Corriere della Sera, dove lavorerà fino alla morte nel 1972. Noto soprattutto come scrittore e giornalista, è stato anche pittore, drammaturgo, poeta, librettista d’opera, costumista e scenografo. Dai suoi lavori sono stati tratti fortunati film e opere teatrali. Oltre al suo lavoro d’esordio Barnabo delle montagne, vanno ricordati Il deserto dei Tartari, suo capolavoro del 1940, La famosa invasione degli orsi in Sicilia del 1945, Un amore del 1963 e la raccolta Sessanta racconti con la quale vinse il Premio Strega nel 1958.

