Nonostante sia morto nel 1984, qualche settimana fa ho incontrato Cortázar. Non è stato un sogno roboante. Me l’hanno presentato, in mezzo ad altre quattro o cinque persone, questo gigante dagli occhi azzurri, Julio. Ero così felice. Abbiamo chiacchierato tutti del più e del meno, mentre intessevamo ostinatamente oggetti di vimini. Quando è arrivata l’ora di separarci, Cortázar mi ha stretto la mano per salutarmi. Si ricordava il mio nome.
Al risveglio mi sono detto cocciutamente: «il sogno cattura l’essenza di Cortázar, dice qualcosa di ovvio e fondamentale su di lui». Me lo sono detto così cocciutamente che, quando mi è stato chiesto di scrivere quest’articolo, l’ho scritto tre volte (questa è la quarta stesura) cercando di dire qualcosa di ovvio e fondamentale su Cortázar a partire dal sogno. L’unica cosa ovvia e fondamentale che ho scoperto è che non si può dire nulla di ovvio e fondamentale su Cortázar.
Come alcuni altri grandi scrittori, Cortázar somiglia a un poliedro con un numero di facce indefinito. Ogni faccia ci dice qualcosa del poliedro, ogni faccia in più avvicina alla totalità della superficie, ogni faccia è un aggettivo utile e necessario.
Ho riletto da poco la sua breve raccolta d’esordio, Bestiario (1951). Otto racconti fantastici. Durante la lettura ho accumulato inconsciamente parecchi aggettivi-facce. Non riguardano solo Bestiario ma, mi sembra, tutte le cose cortazariane che ho letto. Siccome sono tanti, dovrò operare una dolorosa selezione. Ahi. Ne sono rimasti quattro.
Invadente.
La voce di Cortázar è ovunque. È come un profumo, il profumo che in certe case ti segue in ogni stanza e ti si attacca addosso e non sai dire quand’è accaduto ma un po’ è diventato te. Bestiarioè il luogo in cui la voce-profumo di Cortázar ha parlato al mondo per la prima volta.
Non esiste testo (che io sappia) in cui Cortázar scelga un narratore impersonale – è più forte di lui. Riconosciamo sempre la sua voce, il suo modo di pensare, immaginare, osservare. Sempre. Per molti scrittori di racconti è un imperdonabile difetto. Per i lettori di Cortázar è una delizia. Qualcuno (un americano, ci giurerei) un giorno ci ha detto che uno scrittore deve essere questo, deve essere un vetro che lascia trasparire storie potenti senza intromettersi. Evidentemente Cortázar non ascoltava.
Perturbante.
Pessima traduzione di Umheimlich, che significa: ciò-che-non-è-di-casa (Heim). Non è di casa ma, almeno secondo la psicanalisi, non ci è davvero estraneo. Non lo scopriamo: lo riconosciamo. Bestiario è la prova che Cortázar ha antenne sovrumane: genera simboli umheimlici, che riconosciamo inquietati, con la naturalezza di un albero da frutto galvanizzato. Una tigre nascosta in casa (Bestiario), animali sconosciuti che di notte battono sui muri di casa (Cefalea), presenze pericolose che ti occupano casa (Casa Occupata). Sempre la casa, come spazio reale o mentale. La casa calda, conosciuta, quotidiana, la casa coi suoi piccoli eventi controllati. La casa con la sua illusione.
Libero.
Quella di Cortázar è una scrittura che ha moltissimo da insegnare a chiunque scriva, dato che insegna la libertà. Quante minime regoline si sono calcificate nella nostra psiche per via di grandi romanzieri e infiniti ottusi esercizietti? Cortázar è il bambino che indica l’imperatore nudo della grammatica seriosa che ognuno di noi si porta dentro. Per questo non mette una virgola dove i maestri elementari la vorrebbero, per questo inanella aggettivi inauditi (la bambina del quarto racconto, Omnibus, ha un naso «crudele»), per questo un’assenza improvvisa di verbi e per questo neocortazarismi e mille frasi di fila, senza punti, solo virgole. Non si tratta unicamente della distruzione di leggi austere: inutile buttare giù tutto e vagolare nel caos. Cortázar sceglie di obbedire a leggi più istintive e mobili, più vive: forse le stesse della primavera, delle anguille elettriche e del jazz.
Simpatico.
“Questa lettera gliela invio a causa dei coniglietti, mi sembra giusto che lei ne sia al corrente; e perché mi piace scrivere lettere, e forse perché piove”.
La frase è tratta dal secondo racconto di Bestiario (Lettera a una signorina a Parigi). Il narratore vuole introdurre una tragedia: sta vomitando un sacco di coniglietti nella casa di un’amica che è via (la destinataria). Ovviamente gli «sembra giusto» dirglielo. Meno ovviamente, lo fa anche perché: (1) gli piace scrivere lettere; (2) piove. Queste due aggiunte sono l’esempio perfetto della simpatia di Cortázar. Dicono: le cose si fanno anche solo perché ci va di farle, siamo guidati al 90% da capricci, un temporale può determinare la nostre scelte.
Riconosciamo subito questi tratti personali. Siamo noi. Cortázar condivide con noi delle caratteristiche profonde, anche piccole, che il più delle volte ci vergogniamo di mostrare agli altri. Di più: condivide con noi un’intera condizione di stupidità, infantilità, stranezza, a volte un modo di guardare il mondo. Di colpo qualcuno parla di queste cose, e noi abbiamo trovato un fratello. Cortázar ci sta simpatico. Come si spiega la simpatia? Spinozianamente, credo che troviamo simpatico chi potenzia la nostra vita. Chi la arricchisce. Chi ci mette allegria. Chi ci fa pensare, regalandoci perfino brividi metafisici, senza gettarci in un buco nero. Chi si prende cura di noi. Chi è dalla nostra parte.
Chi si ricorda il nostro nome nei sogni.
Edizione originale:Editorial Sudamericana, 1951
Prima edizione italiana: Einaudi, 1965
Collana: ET Scrittori
Traduzione: Flaviarosa Nicoletti Rossini e Cesco Vian
N. pagine: 548
Sull’autore: Julio Cortázar (Ixelles 1914 – Parigi 1984), è stato uno scrittore, poeta, critico letterario, saggista e drammaturgo argentino naturalizzato francese, maestro del racconto e del romanzo e scrittore dalla vocazione sperimentale. Stimato da Borges, è stato spesso paragonato a Čechov e Edgar Allan Poe.
Nel 1960 Cortàzar pubblicò il suo primo romanzo Il viaggio premio, seguito poi da Il gioco del mondo (1963); l’opera, dalla struttura non lineare e dalla scrittura sperimentale, viene considerato il suo capolavoro.
Vennero poi pubblicati Componibile 62 (1973), Libro di Manuel (1973), Fantomas contro i vampiri multinazionali (1975). Postumi apparvero L’esame (1986) e Diario di Andrés Fava (1995) e il diario Correzione di bozze in alta Provenza (2015).
Cortázar scrisse numerose raccolte di volumi: Bestiario (1951), Fine del gioco (1956), Le armi segrete (1959), Tutti i fuochi il fuoco (1966), Ottaedro (1974), Uno che passa di qui (1977), Un certo Lucas (1979), Tanto amore per Glenda (1980), Disincontri (1982), Gli autonauti della cosmostrada. Einaudi ha poi raccolto tutte le sue storie brevi in un unico volume, I racconti (2014).

