Come accade con molti dei libri hanno segnato la mia formazione di lettore, mi capita talvolta di riprendere in mano i romanzi di Ammaniti, di sfogliarne alcune pagine, soprattutto nel corso di quelle notti in cui il sonno viene strappato dalla notte e ti ritrovi a fissare il soffitto alle ore più disperate. In tali casi, non c’è altro da fare che afferrare il Kindle e cercare di sopravvivere. Rispetto ad altre opere, in cui il piacere della rilettura deflagra grazie alla bellezza della prosa, con Ammaniti il discorso si fa più viscerale. Per dirla con quella storica pubblicità del Cynar, si tratta, piuttosto, di combattere il “logorio della vita moderna”, di lasciarsi risucchiare nel ventre molle di un incubo. Leggendo Ammaniti, so che avrò a che fare con storie cattive, grondanti ironia, e al contempo capaci di straziarti il cuore. È con questa consapevolezza che mi immergo nella lettura, pur conscio che anche i residui di sonno verranno presto risucchiati via. Raramente rimango deluso.

“Il rumore del sampietrino sui denti è veramente sgradevole. Mila non ha tecnica e riesce solo a massacrarmi. Mi viene un’idea. Comincio a mugugnare, provando a comunicare.”

Branchie, pubblicato da Ediesse nel 1994 e ripubblicato tre anni dopo da Einaudi, è il romanzo d’esordio di Ammaniti, ed è l’opera che impone il suo autore tra gli esponenti principali dei “Cannibali”. Come spesso accade con i grandi scrittori, anche in “Banchie” molti degli elementi fondamentali della poetica Ammanitiana, se così la si può chiamare, sono già presenti tutti. Abbiamo i periodi ridotti all’osso, i dialoghi grotteschi, lo splatter, l’assurdo come lente d’ingrandimento del reale. Ma andiamo con ordine.

Il romanzo si apre con una situazione apparentemente ordinaria, o meglio, credibile. Marco Donati, il protagonista, è un ragazzo nemmeno trentenne a cui è stato diagnosticato un tumore ai polmoni. Invece di sottoporsi alle cure del caso, Donati abbandona ogni speranza e passa le sue giornate sfondandosi di alcolici, preferibilmente Absolut. Ha una fidanzata, Maria, con cui partecipa alle feste e poco altro (la poveretta non sa neppure che Marco è malato); non ha amici; ha una madre, come tutti, e come per tutti la madre di Donati è forse l’unica persona che in qualche modo, seppur arzigogolato, tiene realmente a lui. Ma non siamo qui per fare spoiler.
Oltre a questo, Donati gestisce un acquario. Il ragazzo è un grande appassionato di pesci, ne conosce molte varietà, crede davvero che siano i migliori amici dell’uomo.
Insomma, fin qui tutto normale, giusto?
Se non che, un bel giorno, Marco riceve una lettera dall’India. A scrivergli è una ricca signora inglese. La donna desidera costruire il più grande acquario di Nuova Delhi e per riuscirci ha bisogno delle competenze di Donati. O così dice. L’attende “con ansia”!

“è la prima volta che salgo su un aereo.
E ho paura. Non mi piace l’idea di staccare i piedi da terra e guardare le città ridursi a formicai.”

A questo punto il romanzo, che già nelle premesse presentava una buona dose di mostruosità, deflagra. La storia si sposta in una Nuova Delhi psichedelica, sotterranea, dove tutti i personaggi parlano la stessa lingua (forse, la lingua della follia), e tra monaci stalker, amori fugaci e dolorosissimi, amicizie con musicisti sperimentali e personaggi al limite — mi viene in mente, su tutti, il GSFA, Gruppo Spurgo Fogne Appilate, capitanato da tale Cubbeddu, di Nuoro (!) —, Ammaniti dipinge scenari in cui nulla è logico e verosimile, e proprio per questo, tutto diventa credibilissimo.
Com’è ovvio, la costruzione dell’acquario si rivelerà solo un pretesto e in India Donati dovrà affrontare sfide ben più grandi; assieme agli amici incontrati lungo il percorso si troverà, infine, a fronteggiare il nemico più ostico: sua madre, ehm, l’Orrendo Subotnik, un chirurgo estetico del Turkmenistan (e che ci azzecca il Turkmenistan, ora? Nulla. Appunto!).
Insomma, il percorso di Marco Donati segue la classica parabola dell’eroe, solo che si tratta di una parabola impazzita. E il bello del romanzo sta, per me, proprio in questo.

In definitiva, per quanto possa sembrare a tratti demenziale e grottesco (e lo è, assolutamente, e per fortuna), Branchie è un romanzo capace di scavare nel profondo, di mettere a nudo le idiosincrasie di una società a sua volta sempre più grottesca e demenziale, di farci sorridere, eccitare, persino commuovere (se si possiede una certa emotività balorda). Il tutto, in meno di 200 pagine. Scusate se è poco.

 


Prima edizione italiana: Ediesse, 1994
N. pagine: 232

Sull’autore: Niccolò Ammaniti è uno scrittore, regista e sceneggiatore italiano. Da Branchie, suo esordio narrativo, è stato tratto il film dal titolo omonimo. Raggiunge il successo nel 2001, quando pubblica il romanzo Io non ho paura e vince il premio Strega nel 2007 per Come Dio comanda.
Altre pubblicazioni: Fango, Mondadori (1996); Ti prendo e ti porto via, Mondadori (1999);  Che la festa cominci, Einaudi (2009); Io e te, Einaudi (2010); Il momento è delicato, Einaudi (2012); Anna, Einaudi (2015); La vita intima, Einaudi (2023).