Siamo in Calabria, non sappiamo esattamente né dove né quando, in un tempo altro, antico, tra superstizioni, magie e castighi divini. La peste ha già decimato e sfiancato gli abitanti, ma il luogo è colpito da una nuova piaga, la “piria”, una calura opprimente che non fa respirare, che arriva “di botto”, che secca e brucia tutto, asfissiante anche per il lettore.  

Saverio Gangemi entra subito in medias res con il suo Calùra per Rubbettino editore. C’è un destino di dolore e solitudine nei suoi personaggi, stretti attorno all’albero “della merda”, che continua prodigiosamente a dare loro ombra, mentre tutto il resto si guasta e muore.

La piccola umanità ritratta nel romanzo non sa rassegnarsi al flagello apocalittico e continua a sperare, a conservare una fiducia ingenua in un futuro migliore, davanti alla natura in disfacimento. È commovente, ad esempio, la tenerezza che ispira il piccolo Doriano, che la peste ha reso quasi cieco, sempre a chiedere al fratello Lanczo se ci sono le stelle che non può più vedere. La privazione non è solo fisica ma anche mentale, i pensieri di Nina e Pascale diventano un tutt’uno, specchio dolente di immagini di amori negati e pietà.

Peste o calura che sia, l’amore è il sentimento universale che resiste a tutto. È, però, un reticolo di amori impossibili: la lotta impari di Nina con le avvenenti sorelle, Teresa morta di peste e idealizzata dal fidanzato Duardo che non ha potuto sposarla e vorrebbe rimpiazzarla con Rachela, amata anche da Pascale. Rachela appunto, che disdegna entrambi in attesa di un guerriero barbuto e a cavallo che chissà se arriverà mai. Nina infine, che vorrebbe Duardo e non può averlo, può solo condividere, in dialogo telepatico con Pascale, il tormento di un amore non corrisposto.

Tutto il racconto vive su una mancanza, di acqua, cibo, ombra, refrigerio, amore, mentre Dio è lontano e silente. C’è però un continuo collegamento tra il mondo terreno e l’aldilà. I morti urlano, i loro occhi diventano coppie di lucciole che procedono in sciame, Pascale non va in putrefazione, l’albero della merda rimane rigoglioso. Gli uomini,  vivi o morti, resistono in una lotta che trascende ogni legge umana. La piria ha colpito un tempo e uno spazio di confine, un regno di mezzo dove vita e morte coesistono, protagoniste e spettatrici allo stesso tempo dell’apocalisse finale.

La scrittura, aspra e accordata alla natura e agli eventi, è ossessivamente la stessa, procede orizzontalmente, ricomincia senza mai finire completamente, in uno strabiliante continuum, un incedere fluviale che ricorda il modello alto dell’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. È una scrittura che vive di immagini folgoranti, bruciante, iconica, facile a inventare, fulminea a rendere pensieri e avvenimenti. Nello stesso registro convive un caleidoscopio di immagini con continui e repentini avvicendamenti dei personaggi e dei loro punti di vista, mentre la lingua segue la velocità del pensiero, non ha bisogno della sintassi esatta: 

“No, non si meritava trattato male…”.

Pensiero e scrittura non hanno scarti, è il racconto di un mondo che parla con un’unica voce, stringente e inesorabile come la calura.

Un lirismo di fondo pervade le pagine. Ecco allora l’uso di martellanti settenari: “Stormo a macchiare il cielo”; anche in rima: “Premuroso Duardo verso il vecchio testardo”. Spesso compare la rima interna:

“La merda conosceva, e la raccattava concime per la lenza d’orto che possedeva”. 

Frequente è anche l’uso dell’ellissi nei periodi:

“L’albero della merda era venuto su quando Lanczo e Duardo erano ragazzini. Lanczo a piantarlo”.

Saverio Gangemi ha scritto un emozionante romanzo d’esordio, un’opera audacemente visionaria che ha ricevuto la Menzione speciale della Giuria al Premio Calvino, XXXVII edizione.

 


Casa editrice: Rubbettino editore
Collana: Velvet
Pubblicato a: ottobre 2025
N. pagine: 176

Sull’autore: Saverio Gangemi è nato a Redentora in Brasile nel 1987 e vive a Melicucco in provincia di Reggio Calabria. Dopo aver frequentato il liceo a Palmi, ha studiato presso il dipartimento di Scienze della Salute dell’Università della Calabria. Svolge attività professionale di farmacista. Dal padre scrittore ha ereditato la passione per i libri, dal nonno l’amore per la natura, in particolare per il suo Aspromonte. Calùra è il suo primo romanzo.