“Sono stata una bambina terribilmente sola, e la solitudine non si augura a nessuno. Ma nella solitudine ho trovato cose belle e strabilianti. Una di queste è un linguaggio che non è fatto di parole. Come quello dei neonati, o degli animali.”
Alba è la protagonista di Contare i passi verso casa, romanzo d’esordio di Laura Ceccacci, Salani Editore. Ha 37 anni, vive in una “Piccola Città” con il marito Fabrizio che chiama affettuosamente Bri, e la figlia Fiore di due anni e otto mesi. Ma poi, in un dato momento, la sua mente va in pezzi, e Alba scompare senza più dare notizie di sé.
Chissà, forse c’era troppo amore in quella casa da pensare di poterselo meritare. O magari incombe un trauma del suo passato tanto devastante da essere indicibile, di più, irricordabile, inaccessibile. Lei lo chiama “Buco Nero”, è una bolla di azzeramento, l’abisso della sua dissociazione mentale.
Alba parla in prima persona. Ha vissuto otto vite, una più dei gatti:
“Ogni tanto, prima di addormentarmi, le ripasso una a una per assicurarmi che non siano frutto della mia immaginazione. Nella prima vita abito in una baracca ai margini della Grande Città. Nella seconda sono una minore in attesa di adozione. Nella terza scrivo un libro per bambini, ha un po’ di successo e riesco a comprarmi una casa, piccola ma tutta mia. Nella quarta c’è un Buco Nero. Nella quinta lascio la Grande Città e mi sposo con un architetto; dalla nostra unione nasce Fiore, la mia bambina. Nella sesta vado in pezzi e fuggo, abbandono la mia famiglia per fare ritorno come una ladra nella Grande Città. Nella settima sparisco senza lasciare tracce e vado a vivere all’interno di uno zoo, in un appartamento ricavato tra l’area delle scimmie e il padiglione dei fossili.”
Lo zoo dunque – dove Alba vive la sua settima vita a contatto con gli animali che comunicano con il suo spirito, che amano senza giudicare – è la “tana”, il punto di compromesso, l’enclave dell’immaginario che si oppone all’immanenza dei fatti. Un luogo fatto di odori, cemento, sbarre, recinti, chiavistelli ma, al contempo, un’oasi, una parentesi di meraviglia. È solo da lì che Alba può rinascere, nello zoo c’è la chiave in grado di forzare la prigione del trauma di un’infanzia difficile, il grimaldello che scardina il buco nero della sua quarta vita:
“C’è un’analogia brutale tra un orfanotrofio e uno zoo, che ha sempre colpito la mia immaginazione. Entrambi questi luoghi sostituiscono la vera casa. […] Entrambi ospitano creature innocenti, ma prive della loro identità originale.”
Finché suo marito assume un investigatore privato e la rintraccia. Comincia da qui il cammino della donna verso casa, tra presente e ricordo, tra il fascino affabulatorio degli animali e il fardello del dolore e dei sensi di colpa. Dovrà far riemergere quel doloroso, straziante avvenimento, il “Buco Nero” della sua quarta vita. Dovrà decidere, al di là dei doveri imposti dalla società, se può, meglio, se vuole essere ancora la madre di Fiore. Dovrà scegliere di abbandonare il luogo del non ritorno, il rifugio dell’oblio, dove esiste solo il desiderio eternato ma privo del ricordo. Coraggio e amore saranno indispensabili per staccarsene e lasciarlo andare, per riprendersi finalmente sé stessa.
Nella strada verso casa la incoraggiano e la sostengono innanzitutto Bri, il marito infinitamente comprensivo quanto tenace, e anche Fiore, la sua bambina, così piccola eppure tanto sensibile da assorbire le inquietudini materne. Poi l’avvocato di Bri, un po’ buffo ma tenero, al bisogno anche psicanalista e filosofo. E ancora Benedetta, consulente dello zoo, una madre felicemente imperfetta pronta a smussare la durezza della protagonista:
“«Smettila di struggerti per questa Grande Colpa, come se dovesse rivelarti il Grande Amore della Grande Madre. Asciuga le lacrime. Vai da tua figlia. Prepara una crostata, santo Dio. La colpa dura finché dura il rimorso».”
Gautama, infine, il suo amico di sempre che l’ha accolta nello zoo, è la figura che fa da trait-d’union tra passato e presente, che conosce i segreti di Alba, che condivide un’infanzia dolorosa, uno specchio che riflette le sue emozioni, le assorbe, le incanala, paziente nell’aspettare, pronto nell’accogliere:
“Gautama era il mio amico, il mio angelo. L’unico che avrebbe potuto ricordarmi chi ero.”
Laura Ceccacci capitalizza sulla pagina la dote istintiva di fondere immagini e sentimenti descrivendo e, al contempo, emozionando.
E quando l’emozione è così forte da non poterla contenere, Ceccacci ritaglia un intero capitolo in terza persona, perché sarebbe destabilizzante per Alba descrivere, dicendo “io”, cosa prova a rincontrare sua figlia dopo tanto tempo.
Anche se un finale un po’ “diluito” smorza la tensione mantenuta per tutto il libro, Contare i passi verso casa è un romanzo che tocca, onesto, duro, a tratti brutale, ma pervaso di una sottile, delicata grazia espressiva. Una misura stilistica equilibrata, composta, senza sforzo apparente. E Alba è destinata a restare e ad abitare a lungo nel cuore e nella mente del lettore.
Casa editrice: Salani Editore
Collana: Le Stanze
Pubblicato a: giugno 2026
N. pagine: 336
Sull’autrice: Laura Ceccacci ama da sempre i libri e le storie. Ha lavorato per importanti editori in Italia e in Spagna, prima di fondare a Roma la sua agenzia letteraria. Contare i passi verso casa è il suo primo romanzo.

