Si resta felicemente spiazzati, lasciandosi travolgere da quello che più che un romanzo è un fiume, uno di quei lunghissimi corsi d’acqua africani che travolgono molto spesso animali e cose. Addentrandosi nell’esordio di Adriana Parrella, pubblicato da Baldini&Castoldi, si ha subito l’impressione che la penna dell’autrice sia stata lasciata libera e che nessun editor abbia voluto imporsi sulla costruzione del romanzo. Una libertà che ci restituisce un flusso narrativo forse non facilissimo da seguire – soprattutto per le sequenze temporali, i lunghi monologhi – ma che ci lascia in eredità una visione del mondo profonda e personale e uno sguardo inaspettato sul terzo settore, così poco battuto dalla letteratura.

Amaranta ha poco più di trent’anni e lavora nelle risorse umane di una importante ONG. È abituata a gestire missioni impegnative in zone di emergenza, a partire all’improvviso, a cambiare casa e scenario, a mettere la vita degli altri davanti alla propria. La missione nella Repubblica Democratica del Congo è diversa, perché rappresenta in qualche modo un cambio di prospettiva rispetto a un dolore personale e profondissimo, la tragica scomparsa della madre avvenuta un anno prima. Un’assenza che sarebbe impossibile da affrontare se non attraverso un lungo percorso personale che ha come unità di misura ricostruzione, memoria, affetti: elementi che troveremo intatti nelle pagine del romanzo.

Il viaggio che viene raccontato arriva per Amaranta dopo un anno di interruzione dal lavoro, trascorso con la sua famiglia. Inizia a Parigi, dove Amaranta incontra Terese, con cui condivide l’impegno umanitario e che presto diventerà l’amica di una vita: il riferimento fondamentale che sembra in qualche modo lenire la ferita dell’assenza della madre amatissima.

“Prima della morte di mia madre, tutto fluiva nella convinzione del bene”.

Terese è per Amaranta un dono di rinascita a cui l’autrice dedica alcuni dei passaggi più emozionanti del romanzo:

“C’erano le tragedie della storia, le mani mozzate, pesci mai visti in fondo al mare e pianeti sconosciuti in altre galassie, i nostri drammi personali, le piccole o grandi speranze, la gioia di essersi ritrovate, quello che ci si aspettava e quello che poi succedeva, una che stava sveglia per il caffè napoletano. Cambiava il punto di vista, l’universo invece era sempre quello. La terra aveva compiuto la sua rotazione, sempre uguale, attorno al sole; noi eravamo un giorno più vecchie.”

A Lubumbashi la missione si svolge tra scenari meravigliosi, realtà durissime di guerra, fame, malattia, un gruppo di lavoro che sa di famiglia e che, come le famiglie, a volte sembra disgregarsi per poi ricomporsi più forte di prima. 

“In tanti posti in cui ho vissuto, la natura è lungi dall’essere asservita all’uomo, e io ne avevo e ne ho bisogno, perché mi ridimensiona come essere umano e mi riporta a un tempo in cui la mia storia starà a quella del mondo come una nuvola di passaggio sta allo specchio d’acqua che la riflette, e la mia carne decomposta, sarà linfa di qualche fiore, e già quello sarebbe un risultato degno e nell’ordine delle cose.”

Lavorare in ambito umanitario rende necessario ridefinire spesso la propria prospettiva, il proprio sguardo alla vita. In Africa Amaranta ritorna nel mondo e ridefinisce il proprio rapporto con la sofferenza.

“io ho un po’ un complesso del dolore: ché mi pare sempre che non debba provarlo: il mio dolore non sarà mai paragonabile a quello di qualcuno che si trova in casa e la famiglia distrutta dopo un bombardamento”

Per Amaranta ci saranno nuovi viaggi e nuove missioni, il ritorno in tante case diverse, una nuova famiglia, l’amore maturo – magnificamente descritto  dall’autrice – , la maternità, la vita affrontata a piene mani.

“Se si ha la possibilità di vivere la vita, e si hanno i mezzi per viverla pienamente, allora io voglio sperimentarla in tutti i modi possibili, e voglio conoscere tutte le vite, finché non sarò troppo stanca.”

Siamo di fronte a un memoir che è un regalo che l’autrice fa a sé stessa e a tutte e tutti noi, che ci mostra in modo limpido e generoso un percorso di conoscenza e trasformazione continui ed il coraggio con cui viene ridefinito il rapporto con la perdita, con la ricerca di sé, con il modo di stare al mondo e di accettare di essere felici, nonostante tutto. 

 “…riderci su dà la misura di quello stato di grazia in cui gli ostacoli si vogliono superare, e le disavventure si ridimensionano rispetto alla gioia che si sta provando, che è in fondo più grande”.

 


Casa editrice: Baldini&Castoldi
collana: Le Formiche
pubblicato a: novembre 2025
pagine: 257

Sull’autrice: Adriana Parrella lavora in ambito umanitario per Medici Senza Frontiere nella gestione delle Risorse umane. Ha provato a imparare circa undici lingue, ma ne parla correntemente quattro. Ha vissuto in Norvegia, India e Spagna e ha lavorato in Repubblica Centrafricana, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Libano, Territori Palestinesi Occupati e Nigeria. Dal punto in cui il sentiero scompare è il suo primo romanzo.