È il poeta che non ti aspetti Marco Lodoli, il professore che, quando parla, ti incanta senza aver l’aria di volerlo fare. È l’uomo della porta accanto che potresti incontrare fuori di casa col sacchetto della spesa, vestito della sua rassicurante normalità. Eppure basta leggere uno qualunque dei suoi libri per scoprire l’intellettuale lucido, per apprezzare la grandezza dello scrittore e, appunto, la sensibilità del poeta.

Lodoli esordisce nel 1978 con le poesie di Un uomo innocuo e già nel titolo c’è in nuce la cifra dei personaggi della sua narrativa, uomini spesso smarriti e fragili, raccontati principalmente in dodici romanzi, corpus che egli stesso titola I poveri, non nel senso del denaro ma di una mancanza che produce una tensione al movimento verso l’altro, incontro al mondo, alla ricerca di un significato.

Lodoli scriverà Diario di un millennio che fugge, il suo esordio narrativo, prima dei trent’anni. Dice Pietro Citati nella nota finale al romanzo: “Quando l’ha scritto, Lodoli doveva avere ventisei o ventisette anni: l’età, oggi, di un adolescente; e il libro ha la perfezione, l’assolutezza, la crudeltà, la disperazione dei libri degli adolescenti.” Lo stesso Lodoli ha affermato, con la vena ironica che lo contraddistingue, che a venticinque anni c’era la voglia di sfidare la complessità: “Volevo fare una cosa grande, subito una cosa importante, misurarmi con l’Himalaya e il K2, non con il monte Soratte”. 

Pubblicato nel 1986, il libro è folgorante, c’è già lo scrittore compiuto, ci sono fin da subito i temi caratteristici della sua poetica, su tutti il viaggio, soprattutto interiore, in un tempo sospeso, promettente, che vorrebbe dare un senso alle cose, illuminarle:

“Esseri sconosciuti avevano dimenticato da dove venivano e cancellato i giorni che li avrebbero attesi. Lì avevano sperato di essere altro da se stessi.”

E poi ci sono i personaggi, al confine tra il reale e il visionario, esseri umani fragili, senza difese, che faticano a trovarsi, bloccati, smarriti tra la paura e il dolore:

“Neanche per un attimo ho temuto che Clo potesse partire, e non perché m’illuda del suo amore, ma perché adesso è qui e so che rimarrà. Il niente che ha da offrirmi, io lo conosco. Stiamo in piedi sulla punta di uno spillo, ma nulla ci obbliga a incontrarci, perché se esistono lo spazio e il tempo dell’incontro, quasi non esiste chi deve incontrarsi, e così la punta dello spillo sembra più grande del mondo. Tutto il vuoto che ho nel cuore e tutto il suo silenzio non ci permettono molto, ma non ci impediscono nulla. Io no, non so amarla, ma la mia miseria ama la sua. La china è infinita, ma se c’è un fondo, lì dovremo incontrarci.”

Per la voce narrante che dice “io” sulle note del diario, l’altro – che sia il padre votato al continuo fallimento o Fernando, l’amico furbo e inquietante, o la procace moglie Serena – incarna il più delle volte una sinistra minaccia, si propone spesso in modo conflittuale ma fa anche da specchio alla ricerca di un’identità, di un senso che accomuni:

“Fra me e le cose lo spazio si riduceva vertiginosamente, si faceva sottile come il taglio di un rasoio. Oltre quella ferita c’era il mondo. Osservavo Fernando mentre batteva le mani per chiamare il cameriere, mentre bruscamente ordinava un caffè, anzi due, e gli ero così vicino che forse anch’io avrei potuto fare altrettanto.”

Viaggio, sogno, trasfigurazione, allegoria, paura, dolore, senso della morte, tutto è tenuto insieme dal genio affabulatorio di uno scrittore che racconta tanto delle cose della vita, spesso con un cenno, con l’impressione soltanto di voler alludere.

È l’insegnante, l’uomo normale, il vicino di pianerottolo Marco Lodoli, e gli riesce tutto facile. Ti spiazza continuamente, rivela verità profonde, e lo ascolti perché ti dirà qualcosa che tu non sai. E non sai neppure se si è mai veramente accorto di essere un grande poeta, di essere Marco Lodoli.

 


Casa editrice: Theoria 1986 – Bompiani 1990 – Einaudi 1997 – 2013 – 2020
N. pagine:
248

Sull’autore: Nato a Roma nel 1956, Marco Lodoli dopo la laurea in Lettere ha insegnato per molti anni nella scuola superiore. Oltre alla carriera letteraria vanta una lunga collaborazione giornalistica con la Repubblica. Esordisce nella narrativa con Diario di un millennio che fugge,  con cui vince nel 1986 il Premio Mondello Opera Prima e il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante (ex aequo). Segue una lunga serie di romanzi tra cui Grande raccordo (1989) che ottiene il Premio Chiara, e Il vento del 1996 Premio Grinzane Cavour. Nel 2011 ha vinto il Premio Brancati con Italia. Nel 2012 il regista Giuseppe Piccioni ha diretto il film Il rosso e il blu, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Lodoli.