E prese fra le dita la notte è un titolo magnetico, forse perché contiene quella parola, notte, che già spinge verso una dimensione onirica. Daniela Stefanutto ci introduce così al suo esordio, per Edizioni Lindau, e solo più avanti si scopre che quelle sono parole prese in prestito da un poesia; l’ha scritta il cugino per dare voce al dolore per la morte di Beppino. Beppino, all’anagrafe Giuseppe Zucchetto, anch’egli cugino dell’autrice, muore suicida nel 1978, pochi mesi dopo la chiusura dei manicomi, da cui è entrato e uscito per tutta la vita. Questo libro è (anche) la sua storia.
“Tutti eravamo arrivati troppo tardi, in quell’anno, il 1978, in cui i cancelli dei manicomi erano stati aperti e lui aveva deciso di morire ugualmente. Avevamo dovuto guardare quello che per anni avevamo ignorato, girando lo sguardo dall’altra parte.”
Il lirismo del titolo ben si adatta a descrivere Beppino, un cantastorie, una testa di riccioli con la giacca marrone e le toppe sui gomiti. Non importa quante fotografie del cugino trovi l’autrice nel corso della sua ricerca: la giacca di velluto è l’immagine a cui lei torna più volte nel corso della narrazione, soprattutto per confrontarla con l’aspetto ammansito, piegato del cugino dopo i ripetuti cicli di cura a base di elettroshock e insulina. Si perdono così le domeniche pomeriggio in cui Beppino, in un angolo della cucina, ammaliava la piccola Daniela con monologhi pieni di Anna Karenina e Ivan Karamazov. Beppino era una figura eccentrica, sicuramente irregolare, ma al contempo colta, amante dei libri, soprattutto i grandi romanzi russi, che gli permettevano di allontanarsi dalla provincia veneta chiusa e bigotta nella quale era nato ma che gli stava stretta.
“Lui non abitava il presente, era altrove. E io in un modo o nell’altro lo avrei seguito. Sarei rimasta lì ad ascoltare le sue parole, a sentire il suono della sua voce. Quel vestito rappresentava il mondo che si ostinava a indossare e a cui aveva deciso di restare fedele.”
L’unica ancora, l’unico punto fermo – che comunque non sarà abbastanza per salvarlo – è una Olivetti lettera 32. La porta sempre con sé, anche quando è in manicomio la chiede. Scrive tantissimo, soprattutto di notte. I tasti diventano una mitragliatrice, ma Beppino non ha uno spirito aggressivo, tanto meno bellicoso. Scrive un romanzo, che porta con sé in treno: la destinazione è l’amata Russia comunista, ma non ci arriva mai perché viene fermato alla dogana e rimandato indietro, il dattiloscritto requisito. Può sembrare un episodio poco rilevante nel corso di una vita tutta segnata dalle manie di persecuzione, ma ci si legge forse il senso più profondo di questa storia. Beppino aveva un mondo dentro di sé: gli abiti come il romanzo sono forme di linguaggio non convenzionali con cui lui racconta questo universo interiore. Ma nessuno leggerà mai il romanzo e gli abiti, la forma stessa del suo corpo, verranno alterati dalle cure. Si perde il romanzo e si perde Beppino, perché niente può essere reale e vivo quando non è visto, non è ascoltato, non è letto.
“Non aveva più un mondo da mostrarmi, lo vedevo dal suo sguardo spento, dalla lentezza con cui si accendeva la sigaretta.”
E allora per restituire una voce a Beppino, Stefanutto si dedica a una ricerca lenta, faticosa, fatta di viaggi, incontri e visite a luoghi che hanno cercato di nascondere le atrocità del passato. Il suo è un libro difficile per i librai, perché è una biografia e un’inchiesta insieme, una ricerca storica corredata di fotografie e materiale documentario. Ma è anche un romanzo pronto per diventare spettacolo teatrale, perché Stefanutto anima alcuni dei personaggi che popolano il manicomio, come medici, infermieri, guardie e pazienti, ognuno con una lingua diversa. Ne viene fuori un racconto corale, che nella pluralità di voci trova il suo equilibrio. Non c’è confusione o cacofonia, piuttosto un caleidoscopio di figure che l’autrice ricompone in un’esposizione lucida e commovente allo stesso tempo.
Casa editrice: Edizioni Lindau
Collana: Contemporanea
Pubblicato a: aprile 2025
N. pagine: 272
Sull’autrice: Daniela Stefanutto è laureata in Storia Contemporanea con una tesi sul senso della morte nell’Ottocento. Alcuni suoi racconti sono usciti in piattaforme e opere collettive. E prese fra le dita la notte è stato segnalato alla XXXVII edizione del Premio Calvino.

