Arrivare finalista al Premio Strega con il proprio esordio è un evento piuttosto raro, eppure è successo a Jonathan Bazzi nel 2020 con Febbre, uscito per Fandango l’anno precedente. Un romanzo rapidamente diventato un cult, decisamente istintivo, in cui la voce schietta di Bazzi porta al centro della scena uno di quegli argomenti di cui di solito si parla a bassa voce: l’HIV.
Due linee temporali, che corrono a velocità diverse per poi incontrarsi e convergere nel finale, ricostruiscono l’identità dell’autore. C’è il presente di un Bazzi adulto ma piegato da una febbricola che si attesta caparbiamente sui 37.5, una leggera alterazione che però non va via. E allora si susseguono prescrizioni, medicinali inefficaci, esami che non presentano anomalie e un unico risultato, che è lo sconforto crescente. Ci vogliono settimane perché arrivi la diagnosi: Jonathan è sieropositivo.
[…] il virus è stato in tutti questi corpi, li ha attraversati, sfruttati, erosi. Le persone finiscono, sono finite: quei corpi non esistono più. Invece lui è sopravvissuto, immortale, li ha trascesi, va oltre. È passato ad altri – in altri, in altre – arrivando fino a qui.
A rallentare il ritmo incalzante, quasi affannoso, del presente, si inseriscono i capitoli dedicati all’infanzia e poi all’adolescenza del protagonista, vissuta a Rozzano, periferia sud di quella “Milano da bere” che è meta di ogni fantasia di emancipazione. Rozzano, come il virus, può facilmente essere interpretato come una condanna, una lettera scarlatta che non si lava via. Tuttavia nel suo esordio Bazzi non sceglie la strada facile, quella del contaminato che si vergogna della propria condizione, ma arriva al cuore di chi legge con una voce spontanea, sincera, che non rinuncia qua e là a immagini teneramente poetiche.
Sottobraccio. Attraverso i vialetti alberati del Sacco sorretto da mia madre. Pietà in movimento, piccola marcia di resistenti.
L’accoglienza da parte di pubblico e critica è stata positiva, anche se l’attenzione si è concentrata sul tema della sieropositività, fagocitando la linea narrativa del passato e dimostrando in qualche modo come l’HIV fosse (e possiamo dire è tuttora) un tabù. Allora il racconto di Bazzi diventa ancora più importante perché pochi, pochissimi, sono i testi in Italia che parlano della sieropositività e di tutte le sue implicazioni, incluse le più inaspettate. L’autore ce lo dice con parole taglienti che aspettano chi legge appena svoltata la pagina, colpendo alla sprovvista, lasciandoci disarmati: «i sieropositivi devono essere monitorati, tracciati, devono essere messi subito in terapia anche per evitare che diffondano il virus. Mine vaganti, minacce sociali: la mia nuova condizione ha anche un risvolto legale».
Ma è bene ricordare che Febbre non è solo questo. Le pagine dedicate all’infanzia di Jonathan, il ricordo di quando attraversava di corsa le cantine delle case popolari, habitat di tossici, topi e zoccole, sono tra le più intense e riuscite. In un’intervista Bazzi ha raccontato che il nucleo originario del suo romanzo d’esordio era proprio costituito da Rozzano, ma è stata poi la febbre a plasmare quel contenuto e a dargli una forma.
Ho Rozzano incastrata nel nome, se parlo di me devo parlare di lei.
Alla periferia l’autore torna con il suo secondo romanzo, Corpi minori, dato alle stampe da Mondadori nel 2022, che in un certo senso completa quel lasso di tempo omesso da Febbre: troviamo quindi Jonathan a vent’anni e con lui molti dei personaggi già noti a chi ha letto il primo romanzo. Non si nasconde l’attaccamento dell’autore ai luoghi che lo hanno segnato, portati sulla pagina in una sorta di cartografia personale del protagonista. Eppure in Febbre si riconosce la potenza rara delle opere prime che nascono da un’urgenza (parole abusate ma così calzanti per descrivere questo romanzo!), dove la sopravvivenza diventa testimonianza e lo scrivere diventa un atto politico.
Prima edizione: Fandango Libri, 2019
pagine: 328
Sull’autore: Jonathan Bazzi, nato a Milano nel 1985, dopo gli studi in Filosofia ha scritto diversi racconti inclusi in antologie e riviste, tra cui Decameron (Harper Collins), Manifesto (Fandango Libri) e “Nuovi Argomenti”. Collabora con quotidiani e settimanali, tra cui “Domani” e “Sette” del “Corriere della Sera”. Febbre, il suo esordio narrativo, è un romanzo di culto.
Premi e riconoscimenti: Uscito con Fandango nel 2019, è stato finalista al premio Strega 2020 e ha ricevuto vari riconoscimenti: è stato Libro dell’Anno di Fahrenheit-Radio3, ha vinto il Bagutta Opera Prima, il Premio Sila, il Premio Kihlgren e il Premio POP.

