Cosa c’entra Ernest Hemingway con Massimo Giletti? La domanda, inutile negarlo è stuzzicante. E la risposta rischia di esserlo ancora di più anche ai fini del nostro scopo: recensire a posteriori le opere prime. Come è noto Hemingway frequentò più volte l’Italia e a Fossalta fu ferito durante la prima guerra mondiale. Fu ricoverato anche a Milano dove s’innamorò dell’infermiera Agnes Von Korowski e passò da Torino dove sarebbe tornato pure successivamente. In quegli anni però avviò anche un’altra relazione: con una donna torinese, Bianca Maria Bellia, figlia di un ricco esponente della borghesia subalpina, che incontrò anche quattro anni dopo la fine della guerra quando durante i suoi spostamenti da Parigi, visitò la città in compagnia della sua prima moglie, la pianista più o meno di successo Hadley Richardson. E fin qui siamo sul piano della ricostruzione storica ma occorre tenere a mente che durante quel viaggio l’allegra combriccola salì sulla collina di Superga dove, all’ombra della Basilica, sono sepolti i grandi di casa Savoia. E’ necessario immaginare lo scrittore, sua moglie, la donna che secondo alcune fonti avrebbe voluto sposare ben prima di esser convolato a nozze con la Richardson, che dal piazzale della basilica osserva la città contornata dalle montagne: il panorama che Rousseau definì come il “più bello del mondo”. Magari con Hadley alla sua destra e Bianca sulla sinistra: un menage a trois virtuale che potrebbe avere avuto un peso nella stesura del primo romanzo di Hemingway. Che però potrebbe non essere “Fiesta!”: ma bensì “One must first endure” (“Prima bisogna sopportare”), libro-chiave nella produzione intellettuale di Ernest non foss’altro perché (forse…) era contenuto nella valigia che Hadley non sorvegliò a sufficienza alla Gare de Lyon, a Parigi nel ‘24, e di cui un ladro si impossessò scomparendo nel nulla. Lo scrittore mal tollerò quel furto e non sono in pochi, fra i suoi biografi, a ritenere che quel fatto, oltre alla congenita tendenza all’instabilità delle sue relazioni sentimentali, ebbe un peso notevole nel tramonto prima, e nella conclusione poi, di quel matrimonio.

Il problema è che quanto raccontato fino a qui è un grand-guignol di realtà e fantasia innescato da una mostra anomala che è stata in tour tra le due sponde dell’Atlantico per mesi e si è conclusa a Parigi nell’autunno scorso. Un’esposizione di libri rari: talmente rari che non esistono. Che in quella sede hanno goduto anche di una veste fisica: copertina, rilegatura nobile. Ma dentro nulla. Libri che esistono da sempre perché se ne accenna in altri libri reali, perché se n’è postulata l’esistenza ma che nessuno ha mai letto. Il capostipite non potrebbe che essere il secondo libro della Poetica di Aristotele, quello di cui milioni di lettori prima e di cinefili poi hanno appreso l’esistenza grazie ad Umberto Eco e al suo Nome della Rosa. Oppure il Necronomicon, il libro maledetto per definizione, talmente pericoloso per l’integrità umana da far ipotizzare che l’unica copia sia rinchiusa in una cassaforte della Wells Fargo di cui chissà chi possiede la combinazione. E poi c’è “One must”. Si può recensire un libro che non esiste e che nessuno ha letto? E perché no. 

Il canovaccio è quello di due storie incrociate, di guerra e di amore. Col sangue, quello che poi in “Fiesta” sarebbe comparso come il primario elemento della corrida, quello che Hemingway aveva visto scintillare durante la guerra, che fa da sfondo. Testando quella scrittura “di sottrazione”, di natura giornalistica, per cui lo scrittore americano sarebbe stato celebrato negli anni a venire, Ernest applica la categoria della disillusione e della sostanziale caducità dell’esistere (così parigina) all’amore e alla guerra. Se da un lato c’è l’esperienza della trincea, del sangue vero, dall’altro c’è la vita sentimentale così ben rappresentata da quei minuti trascorsi a Superga fra due donne, osservando le montagne. Due donne che parlano fra loro con la stessa concisa essenzialità che avremmo poi imparato ad apprezzare in Brett Ashely in “Fiesta”. Un personaggio che avrebbe composto in un’unica figura letteraria le irrequietezze e le incompiutezze di Bianca e Hadley. In “One must” il desiderio di una compiutezza, e a ben vedere pure di un senso, emerge nel parallelo fra il sangue che ribolle nelle vene perché il cuore lo spinge per l’incertezza amorosa o per la paura che la vita finisca in un attimo durante la guerra. “Sopportare” l’incertezza? Sul senso della vita e sulla possibilità di scegliere fra due donne? La “generazione perduta” degli artisti parigini era segnata dalla pressante esigenza di disegnare un presente, dal peso del passato e dalla incapacità di immaginare un futuro: in “One must first endure” c’era tutto questo senza i tori e le corride che in “Fiesta” sarebbero assurti al ruolo di sintesi di tutto questo.

Però: non “c’era”, ma avrebbe potuto esserci. Chissà. Leggendo “Fiesta” si suppone quello che avrebbe potuto essere raccontato nel manoscritto che un ignoto borseggiatore ha rubato alla Gare de Lyon. Se ci fosse davvero, se il libro stesso sia mai esistito non lo sappiamo. Ma non è forse il compito della letteratura disegnare mondi che mischiano realtà e possibile, come l’animo umano? Allora “One must” è forse più vero di tutto quanto Hemingway ha scritto dopo perché in qualche modo lo ha anticipato e forse generato.

Che dite? Che manca ancora Giletti? Già, è vero. Il fatto è che Bianca Maria Bellia, una delle due donne che osservavano il Rocciamelone da Superga, è la nonna del presentatore televisivo e giornalista. Che sarebbe ben lieto oggi di ospitarla per farsi raccontare di quel libro inesistente e di quella giornata a Superga. Ma per fortuna ci sono storie che restano nel possibile e nei libri che testimoniano quel possibile. Anche se non esistono.

 


Fiesta
Prima edizione: 1926, Scribner’s
Prima edizione italiana: 1944, Jandi Sapi
pagine: 334

Sull’autore: Ernest Miller Hemingway nato a Oak Park, Illinois, nel 1899, è stato uno scrittore e giornalista statunitense, autore di romanzi e racconti. Soprannominato Papa, fece parte della comunità di espatriati americani a Parigi durante gli anni ‘20, conosciuta come la “Generazione perduta” e da lui stesso così chiamata nel suo libro di memorie Festa mobile. Condusse una vita sociale turbolenta e raggiunse, già in vita, grande fama e popolarità tanto da essere considerato un mito dalle nuove generazioni. Hemingway ricevette il Premio Pulitzer nel 1953 per Il vecchio e il mare e vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1954.