L’esordio di Goffredo Parise nel 1951 con Il ragazzo morto e le comete è forse il più favoloso della letteratura italiana del dopoguerra, suscita riverenza, se ne parla rapiti; è come il mito fondativo di una città. Appena diciottenne Parise si trasferisce da Vicenza a Venezia e questo primo spostamento funziona già da rito di passaggio. Venezia, con la sua alchimia, lo cambia in scrittore; è allora che scrive di getto il primo racconto, I movimenti remoti, lo perde, e rimarrà per tutta la vita convinto che quelle pagine siano la cosa migliore che ha scritto. Subito dopo viene Il ragazzo morto, lo scrive con altrettanta furia e rapimento. L’editore Neri Pozza lo pubblica nel 1951, in poche copie, presentando Parise in una ‘scheda bibliografica’ come un giovane talento senza blasone. E qui scatta il mito fondativo: all’editore che gli chiede di tornare su alcuni passaggi della storia, che gli propone oggi diremmo un editing ad uso del mercato – sono anni di imperialismo neorealista – Parise risponde con un No irremovibile, che spesso viene assimilato alla baldanza dei suoi vent’anni, ma che in nuce contiene già tutto il piglio e il carisma del futuro scrittore, dove è difficile separare la civetteria aristocratica dallo scherzo incipiente. Il ragazzo morto e le comete viene stampato così com’è arrivato sulla pagina, e diventa subito un romanzo unicorno, uno degli esordi più amati e rievocati, ed è, a tutti gli effetti, un libro di singolare bellezza.


Chi entra in queste pagine deve abbandonare l’idea di una storia convenzionale, la possibilità di connettere ogni cosa resta vaga e incostante. Un ragazzo senza nome, che ha fame di vita e che nella vita si immerge senza riserve, viene ferito a morte; di lui sappiamo solo che aveva quindici anni e che ha guardato avidamente il mondo, con tale foga che è diventato già parte di quel mondo. E da morto il ragazzo continua a fare le cose che faceva, in una dimensione che comunica a tratti con il mondo di prima, chiuso in una bolla di vita ultraterrena. Un amico lo vede, lo cerca con l’affanno di chi non vuole lasciarlo andare; la storia del libro è tutta qui, ma è anche altro, perché questo romanzo è multiplo, ha cento occhi che guardano dappertutto contemporaneamente e nella lettura ti spinge ora di qua e ora di là come per farti guardare meglio, in maniera un po’ accidentata, ma con grande eleganza, come ci si aspetta da Parise, che all’eleganza ci abitua già dalla sua prima comparsa.

La struttura è aperta, come una casa senza porte. Sembra che chi vuole, quando se la sente, sia invitato a prendere la parola e ogni tanto di fatto qualcuno si alza e comincia a parlare. E tutti parlano, chi con voce propria, chi per bocca altrui, con spontaneità e con fare diretto, e tutti toccano la realtà.
Questo incrociarsi di voci fa sì che ciascuno sia illuminato dallo sguardo dell’altro: Fiore guarda il ragazzo morto che guarda Edera; Antoine Zeno guarda Fiore che guarda il ragazzo morto, come nel gioco di uno specchio nell’altro che fa proliferare e lo specchio e l’immagine dentro lo specchio. E tutti si guardano con benevolenza e per intero, senza tralasciare niente, e la pochezza, la finitezza, diventano umana capacità, dimensione naturale dell’essere.
È un romanzo in cui ci si ama in modo naturale. In questo l’esordio di Parise, che a una prima impressione sembra muoversi “come un pittore metafisico o surrealista”, rivela un movimento diverso: lo sguardo non va a scovare un punto deforme per esaltare la mostruosità, semplicemente chi guarda non ricusa dal particolare, anche se mostruoso. Non c’è distanza nello sguardo del ragazzo morto, di Fiore o di Antoine Zeno; c’è uno sguardo che resta fedele alla natura di quanto descrive, che arriva a toccare e mantiene tutta la corporeità.

Nei Sillabari, forse il libro più amato e più letto di Parise, e anche quello che lo racchiude tutto, a figura intera, questa fedeltà alla natura delle cose trova la sua forma più compiuta: in uno spazio molto breve lo sguardo di Parise riesce ad essere attaccato alla realtà e già distante, ricalcando la fulmineità del pensiero, l’attimo in cui si è totalmente natura, vita, e il riflesso immediato in cui si è già altrove, in cui ci si misura e ci si aggiusta per poter incamerare tutto senza soccombere. Quella dei Sillabari è la scrittura nella sua forma più compiuta, un piede dentro e un piede fuori dalla realtà, senza scissione, pur nella consapevolezza di essere divisi.
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Il ragazzo morto e le comete, che resta uno dei titoli più belli dati a un romanzo nel dopoguerra, un titolo che ha la circolarità di un mondo – si è ancora dentro la vita, invischiati nella densità del tutto. E mai è più vivo il ragazzo di quando appare, già morto, in chiusura, e da morto ha quella disinvoltura, quella disattenzione che hanno i vivi, è preso dalla creaturalità del mondo, resta a guardare gli animali, s’incanta, riassorbito dalla vita: è la potenza liberatoria della morte che sfocia daccapo nella vita. Tutto il montaggio sfalsato del libro serve ad arrivare a questo, alla chiusa terribile e dolorosa di chi da vivo non può accettare la morte e dall’altra parte della morte meravigliosa che riduce la nostra natura umana a vita, ci azzera e ci fa ridiventare vita.

L’edizione americana che uscì nel 1953 (anche per un interessamento di Prezzolini) proponeva un montaggio diverso dei capitoli, probabilmente per rendere la lettura più fruibile, ma proprio la struttura scomposta, disfatta del romanzo porta il lettore per mano in una lunga gimcana che culmina nel capitolo di chiusura.

”Dimmi, amigo, perché sei andato via? non ho più nessuno adesso, se tu non mi vieni a trovare”.

Fiore, che ha inseguito l’amico morto fino al mare, ha la disillusione finale e più grande: la morte accorpa tutti e tutti confonde e come ultimo dono regala distacco e pace. 

“Fiore, in fondo non è poi una tragedia, succede sempre così. Sai cosa succederà a noi? Io andrò per i fatti miei, come hanno fatto tanti altri prima di me, e tu troverai un altro amico. Certo che lo troverai, e questa volta non morirà così presto. Ciao Fiore”. 

Questa presa di distanza, che insieme ci rende liberi e ci fa amare ancora di più la vita, arriva per il ragazzo morto solo dopo la fine, quando ci si può muovere come natura vuole.
Ma per Parise le cose vanno diversamente; riuscirà a portare questo stato naturale dentro la vita ‘da vivo’: nei Sillabari ciò che muove i personaggi è proprio questo stato mobile del cuore umano, sempre sul punto di cambiare idea o di tradirsi e malgrado ciò, capace di lasciare andare.

 


Il ragazzo morto e le comete
Prima edizione: Neri Pozza,1951
Edizioni successive: Feltrinelli, 1965 – Adelphi, 2006

Sull’autore: Goffredo Parise (Vicenza 1929 – Treviso 1986) è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, saggista e poeta. Dopo aver abbandonato gli studi universitari nel 1950, esordisce l’anno successivo con il romanzo Il ragazzo morto e le comete, seguito nel 1953 da La grande vacanza. Trasferitosi a Milano, inizia a lavorare con la casa editrice Garzanti, presso cui pubblica, tra gli altri, Il prete bello (1954) raggiungendo il successo. Negli anni successivi affianca all’attività letteraria quella giornalistica con «Il Giorno», il «Corriere della Sera», «Il Resto del Carlino», firmando numerosi reportage nel corso degli anni Sessanta – dalla Cina agli stati Uniti, dal Vietnam al Biafra fino al Cile – e quella cinematografica, collaborando con Mauro Bolognini (Senilità e Agostino, 1962) e scrivendo per Fellini la sceneggiatura di un episodio di Boccaccio ’70 (1962) e parte di Otto e mezzo (1963). Nel 1965 giunge anche il riconoscimento della critica col Premio Viareggio per il romanzo Il padrone. Nel 1970 si trasferisce in una casetta lungo l’argine del Piave, dove scrive i Sillabari, la sua opera più celebre: Sillabario n. 1 (1972) e Sillabario n. 2 (1982).
Per Sillabario n. 2  viene insignito del Premio Strega.