Esiste una storia grande, quella con la s maiuscola, la Storia, che viene scritta a posteriori, la si legge sui libri di scuola e riassume gli eventi in una successione ordinata e rapida. Per chi la studia, sembra che gli eventi si siano susseguiti veloci e incalzanti, ma soprattutto il passato offre, nella maggior parte dei casi, chiarezza, come se quegli eventi non potessero che avvenire. Quel senso di ineluttabilità non c’è però nella storia di chi quei momenti li vive sulla propria pelle, senza il conforto di sapere come andrà a finire.

Guance bianche e rosse, esordio di Elisa Menon per Einaudi, ha la capacità di calare il lettore nell’atmosfera di paura e incertezza degli ultimi mesi della Resistenza, quando la guerra poteva finire ogni giorno e non finiva mai.

L’autrice punta l’obiettivo sulla sua terra d’origine, il Friuli, regione di confine che proprio a cavallo tra il 1944 e il 1945 cerca di liberarsi del nazi-fascismo e allo stesso tempo di definirsi rispetto alla giovane vicina Jugoslavia: “[…] con i verdi che vogliono il Friuli in Italia, i rossi che sono già sotto Tito, i neri più furiosi che mai.” 

Con una prosa attenta, senza mai essere artificiosa nonostante il ricorso frequente al dialetto, Menon catapulta il lettore negli ultimi mesi di guerra nella casa di Elda Turchetti. Elda guance bianche e rosse: un titolo che con la sua sensualità poco rappresenta la drammaticità della storia e l’impetuosità dell’animo della protagonista. Resta l’immagine di copertina a ricordare che questa non è una novella spensierata ma il tentativo di ricostruire una storia strappata con fatica all’oblio.

Nel giugno 1944 il lavoro al cotonificio è ormai sospeso perché le balle di materiale non arrivano, ma la fame e la disperazione mordono lo stomaco quando si fa sera. Comincia così la storia di una donna che è realmente esistita e che ha perso la vita in uno degli eccidi più controversi della Resistenza italiana, l’eccidio di Porzus. L’autrice ha studiato approfonditamente la vicenda storica (molto interessanti i riferimenti documentari nella nota di chiusura) ma sceglie di raccontare la storia di Elda Turchetti in maniera libera, sospendendo il giudizio morale: “è un’opera letteraria che attraversa i fatti non per ricostruirli ma per incontrarli nel sentire”.

Elda è giovane ed è testarda, non vuole chinarsi alla povertà che la guerra le impone. Ma Elda è anche ingenua e accetta senza timore o reticenza una proposta molto allettante: “3000 lire al mese per seguire, ascoltare, riferire, portare delle buste e mantenere il segreto. Ecco quello che offre Zampa. Ecco quello che lei accetta.” Diventa una spia dei fascisti. Una sorta di questione privata al contrario. Lo fa per necessità, e nella ricostruzione di Menon i pensieri della protagonista sono lineari e sicuri: ha bisogno di sicurezza e protezione, e questo lavoro può assicurarle a lei e alla sua famiglia.

“Superata la prova non c’è nessuna ricompensa.”

Quello che la giovane non aveva previsto era di essere presto scoperta e denunciata. La paura, la delusione dipinta sul volto della madre, le corse in bicicletta sulle strade sterrate dei monti che circondano Udine: tutto questo merita di essere letto e non raccontato, giacché l’esito è noto fin dalla prima riga. 

Proprio la scoperta del suo tradimento apre alla rappresentazione dei partigiani dei quali diventa prigioniera, perlopiù giovani “vestiti male ma armati bene”, tenuti insieme dall’odio per l’oppressore nazi-fascista ma poi così diversi gli uni dagli altri. Sono pagine che ricordano tanto la banda scalcagnata dipinta da Calvino ne Il sentiero dei nidi di ragno: il Gino descritto da Elisa Menon, come Pin, è uno dei tanti giovani che salirono sulle montagne senza sapere bene perché, senza conoscere l’obiettivo dell’azione pianificata dai commissari. La Resistenza veste i panni di un movimento eterogeneo perché profondamente umano.

“[…] ci si schiera, ognuno a suo modo e con le proprie convinzioni, dentro la lotta contro il nazi-fascismo.”

 


Casa editrice: Einaudi
Collana: Unici
Pubblicato a: settembre 2025
N. pagine: 176

Sull’autrice: Elisa Menon vive a Gorizia. Fondatrice di Fierascena, compagnia di teatro sociale, lavora come attrice, regista e operatrice teatrale nelle carceri e con gli anziani. Guance bianche e rosse, ha ricevuto nel 2024 la menzione speciale della giuria del Premio Italo Calvino.