C’era una volta l’America, quella sognata di Disney e dell’oro di Paperone.
“L’America esisteva ma io non l’avevo mai vista, se non nelle tavole di Giovan Battista Carpi, Romano Scarpa e Carl Barks, così come non avevo mai messo mano su pezzi d’oro come quello che con tanta dedizione disegnava Barks, dettagliando le zigrinature laterali di dollari, talleri e dobloni”.
È questo uno dei tanti passaggi del romanzo d’esordio di Giulio Silvano, Hanno vinto loro, edito da Frassinelli, che ci raccontano la passione per l’America della voce narrante.
Il nostro protagonista è “scappato” da casa e dai genitori e vive a Parigi con due soldi sul conto corrente che spende tutti in bar, librerie o cinema della città.
Quando viene a sapere che un certo B.S., figura centrale della sua infanzia, è morto a Roma, dà fondo ai suoi ultimi averi per comprare un biglietto aereo e assistere ai funerali. Il volo da Charles De Gaulle a Fiumicino sarà lo spazio temporale dedicato al ricordo di B.S e della loro particolare amicizia – un ragazzino di undici anni e un individuo insondabile ma sicuramente invischiato in loschi affari fra politica e finanza – in un centro di volontariato del comune di Zavi.
Scopriremo infatti che B.S. è stato un oscuro faccendiere attivo in Italia negli anni di Calvi, della P2, degli attentati ai treni, della strage di Bologna, ma che è stato proprio lui a guidare il ragazzo verso nuove conoscenze e nuovi mondi, sradicandolo dalla cultura provinciale in cui stava crescendo e facendo da contraltare all’educazione familiare ricevuta, grigia e, anche politicamente, anacronistica nella sua cieca dedizione al credo comunista. B.S. sarà certo un cattivo maestro ma tanto seducente da non lasciare scampo:
“B.S., oltre a essere stato implicato in alcuni dei più grandi misteri degli anni di piombo, e nonostante la differenza di età, è stato forse la persona che più mi ha formato in quella linea d’ombra così intensa, breve, ineffabile, che è il passaggio dall’infanzia alla giovinezza. B.S. è stato il mio migliore amico quando avevo undici anni”.
Ma, dicevamo, l’America. Sì, perché in tutta la vicenda narrata da Silvano non è difficile individuare un richiamo costante alle atmosfere e ai quadri di vita americani, un riferimento così evidente da suggerire fin dalle prime pagine un parallelismo fra la storia del protagonista – “negli anni più giovani e più vulnerabili”, esordiva Fitzgerald – e quella di Nick Carraway del Grande Gatsby, omaggiato già nell’incipit del romanzo:
“Non ricordo la prima volta in cui mio padre mi ha detto: «Non tutti hanno le fortune che hai avuto tu». Lo diceva spesso, ripetendomi che avrei dovuto trattare gli altri con più tenerezza, in particolare quelle persone che lui considerava, a differenza di me, sfortunate. Quando mi lamentavo di qualcosa diceva: «Pensa a quello che hai»”.
Il nostro protagonista vive, un po’ come Nick Carraway, in una storia di formazione al contrario, così come B.S. – al pari di Gatsby – dopo una vita sulla cresta del successo e adulato da molti, morirà solo, abbandonato dal sistema politico che se ne era servito. Come per Gatsby, al suo funerale nessuno accompagnerà il suo feretro.
Qui però non assistiamo al crollo delle grandi illusioni dell’America degli anni Venti, l’uguaglianza sociale, l’amore ideale, l’arte e la bellezza come tensione morale: lo scenario è piuttosto quello di un’Italia incagliata nello sterile scontro fra cultura di destra e di sinistra e impantanata nell’impossibilità di dare risposte ai troppi misteri legati alle stragi e alle scalate di potere. Silvano la racconta benissimo, per mezzo di un narratore senza veri desideri e dall’atteggiamento distaccato, ironico e dotato di un sarcasmo bruciante:
“Se a mio padre, in terra straniera, mancavano i giornali, a me dell’Italia manca fondamentalmente lo stracchino”.
È il racconto di un antieroe che si muove stanco, ciondolante e rassegnato:
“Avrei tutte le capacità organizzative per fare il terrorista, ma non ho niente che mi stia veramente a cuore. È tutto così grigio, nel senso di né nero né bianco”.
Alla fine, insomma, vincono gli individui senza ideali e senza valori. Vincono i più cinici, e il cinismo è infatti il tono dominante di questo feroce romanzo d’esordio:
“Chiusa la porta con i poster dei Beatles e della battaglia di Gettysburg che dava sul corridoio, diventavo un naufrago che ritrova l’incapacità ancestrale all’obbedienza e che intravede, tra le torbide influenze da loro imposte dall’alto, chi può essere davvero, ossia uno che non fa un cazzo”.
Casa editrice: Edizioni Frassinelli
Pubblicato a: maggio 2026
N. pagine: 256
Sull’autore: Giulio Silvano (Lerici, 1989) è redattore di Nuovi Argomenti, ha tradotto alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio scrivendo soprattutto di cose americane e con il podcast Stories di Cecilia Sala. Ogni tanto anche con Rivista Studio. Quando può vive a Venezia.

