“A Genova, il rispetto si è sempre guadagnato non attraverso i soldi, ma con la capacità di farli. Alterne fortune potevano portare a momenti difficili, ma l’importante era creare l’occasione per arricchirsi”.

È questo lo spirito che ha contrassegnato l’emigrazione genovese, pioneristica e visionaria, nella seconda metà dell’Ottocento e che anima Il ballo delle acciughe, romanzo d’esordio di Elena Garbarino per Bottega Errante Edizioni. 

Navigatori impavidi, i genovesi furono i primi a  lasciare le loro case quando, con l’annessione della Liguria al Regno di Sardegna, la concorrenza piemontese provocò il crollo del commercio e il fallimento delle industrie locali. Con spirito di avventura e naturale inclinazione al viaggio, presero il mare alla ricerca di nuovi lidi e di nuove fortune.

Il libro ci racconta tutto questo attraverso scene che fanno su e giù dalla Liguria al Brasile. Un caleidoscopio di piccoli quadri di vita e tradizioni genovesi trapiantate nella realtà sudamericana, per quella capacità, appunto tutta genovese, di “ricostruire la propria città in ogni parte del mondo”, come sottolinea la stessa autrice nella postfazione.

Garbarino mescola “vicende reali, ricostruzioni, torsioni, fantasie e invenzioni”. Al centro della narrazione c’è ‘l’osteria della Ginna’ a Rio de Janeiro, dove gravitano gli emigrati tra cui i quattro protagonisti principali, personaggi ma anche paradigmi funzionali al racconto. La stessa Ginna, materna ma attenta e calcolatrice, e Carlo che è partito senza troppe pretese ed è un lavoratore affidabile e motivato. C’è Lorenzo, “Loensin”,  anarchico e garibaldino,  sorretto ancora, a unità d’Italia fatta, dalla fede nell’ideale. E c’è, infine, il battibirba, un falso prete, che Nicolò Garaventa – educatore realmente esistito e che si prodigò per assicurare un domani alla sbandata gioventù cittadina – aveva sottratto, bambino, a un futuro di sicura delinquenza. Ginna e il battibirba, ruote funzionali all’ingranaggio migratorio, hanno intrecciato un’alleanza silenziosa, una sorta di piccola azienda che vive sulle ristrettezze altrui, le accresce, le crea ad arte. Sono, di necessità, due sciacalli del bisogno, opportunisti ma utili al sistema.

“E così, la Ginna e il prete alimentavano la fabbrica dei sogni disperati, nutrendo i propri interessi con la mano dietro la schiena. […] La Ginna anticipava i soldi del biglietto del viaggio transoceanico, il prete sbrigava la burocrazia con il console e l’ambasciata per ottenere presto i documenti, spesso allungando mazzette: il servizio si poteva pagare a rate, dopo che il parente o l’amico era giunto a destinazione, con il suo denaro o quello che avrebbe guadagnato mettendosi subito al lavoro”.

Acuto è il senso di appartenenza vagheggiato dai personaggi. Partono per bisogno, ma anche perché devono “liberarsi definitivamente della bozzima familiare”, colla tenace e vischiosa. Desiderano nuovi legami in una nuova comunità, dove gli altri però sono degli estranei, scelti dal caso.

“Come lei, aveva vagato a lungo e difficilmente aveva trovato un posto a cui appartenere. Nonostante tutto, anche a lui serviva sentirsi un po’ a casa”.

La scrittura è volutamente ricercata e il frequente ricorso al dialetto genovese fa da perfetto contraltare profano alla prosa aulica dell’autrice. I periodi secchi, le sentenze affilate sono la cifra stilistica, mentre la rapidità con cui si svolgono alcune scene è efficace nel creare un’aria di mistero e di sinistra ambiguità. Così, quando Dino il futuro battibirba viene preso a forza in strada, l’azione vira repentinamente su Nicolò Garaventa e lo ritrae più simile a un accalappiacani che a un educatore. 

Il ballo delle acciughe è uno di quei libri trasversali, ibridi, difficili da incasellare, dove il racconto tende a fare spazio alla nota storica, al rimando culturale. Elena Garbarino spiega molto, piegando spesso la narrazione a saggio. C’è, neanche troppo velato, l’intento di costruire un vero e proprio affresco storico, come per esempio nel racconto quasi divulgativo delle origini del Gioco del Lotto.

Ne esce, nondimeno, un appassionato spaccato storico-antropologico, un racconto pieno di trasporto verso i genovesi, gli antesignani del grande fenomeno migratorio italiano che fu capace di unire persone e fondare comunità resilienti anche nella parte opposta del mondo. La summa è nella splendida, illusoria, metafora delle acciughe:

“Intrappolare le acciughe nelle reti è semplice, perché le acciughe fanno il pallone. Quando una o due si trovano in pericolo, magari puntate da un alalunga o un ippoglosso, chiamano a raccolta tutte le altre, si riuniscono insieme, formano un pallone per creare l’illusione di un unico pesce molto grande, nel tentativo di spaventare il predatore”.

 


Casa editrice: Bottega Errante Edizioni 
Collana: rumore bianco
Pubblicato a: aprile 2025
N. pagine: 176

Sull’autrice: Elena Garbarino (1994) è nata a Genova e si è laureata in Antropologia ed Etnologia presso l’università di Torino. Ha pubblicato con Marco Aime, Bruno Barba e Mara Surace Antropologi tra le righe (Genova University Press, 2020), con Mara Surace Spoiler! Serie tv e giustizia sociale (Meltemi, 2022) e Genova fuori rotta (Bottega Errante, 2023). Il ballo delle acciughe è il suo primo romanzo.