Ci sono romanzi che ne contengono molti altri. Il barattolo dei pastelli, esordio di Barbara Cortinovis per Bollati Boringhieri, è un lungo viaggio sul destino, la paura e il riscatto, che lascia storditi e necessita di qualche giorno di sedimentazione prima di riuscire a parlarne. Si tratta di uno di quei rari titoli a cui non sarebbe giusto attribuire un genere o una sola chiave di lettura e che sono dotati di quel meccanismo perfetto che sì, ti porta a girare velocemente la pagina, ma poi ti costringe a tornare indietro per godere fino in fondo di ogni passo, di ogni sfumatura.
Ci troviamo all’interno di una scuola media che vediamo attraverso lo sguardo di Renata, bidella (così vuole essere definita) enigmatica e taciturna, che sembra vivere tra quelle mura la sua unica dimensione. Il mondo che la circonda e il suo stesso mondo vengono osservati da dietro un vetro, barriera necessaria per gestire ferite antiche e recenti. Un vetro che Renata tiene maniacalmente pulito e con cui si protegge come può, anche quando diventa testimone involontaria di gravi atti di bullismo che stravolgeranno per sempre la sua vita e quella di molte persone. Finirà per essere coinvolta da un sentimento struggente, involontariamente materno, per gli studenti della sua scuola – Daniele soprattutto, che le ricorda un figlio perduto.
È così che fai con un figlio. Lo tieni stretto e gli dici di non farsi male. Non lo stai dicendo a lui. Lo dici al mondo, di non toccartelo, di non rovinartelo, portartelo via, tagliare lo sfilaccio che lo rende tuo.
Per un attimo Renata sembra persino venire a patti con l’amore, prudente,per Alessio, professore di arte che irrompe nella sua vita e gliela mostra da un’altra inquadratura.
Sai, Renata, alle volte è proprio un momento, uno solo in cui tutto è perfetto. La luce, gli eventi, l’occasione, il coraggio, il trattenere il respiro e avere la mano ferma.
Il barattolo dei pastelli, gelosamente custodito da Renata, ha un ruolo prezioso quanto originale, quello di misurare la temperatura degli stati d’animo di tutti i personaggi attraverso le sfumature dei colori: oltremare, cipria, seppia, amaranto, fiordaliso, nero ossido. Ogni capitolo viene accompagnato da una tinta e da un gruppo di parole cromaticamente assonanti, appuntate nel titolo come a ricordare le cose che contano nella pagina, quelle destinate a restare. Anche quando quel giorno a scuola la situazione precipita, in modo drammatico e irreversibile, i colori mantengono la loro importanza.
Da quel giorno, ogni anno per il mio compleanno ricevo una busta che contiene un mozzicone di pastello. Più o meno sempre della stessa lunghezza, identico colore. Lo stringo a me per un istante, poi, quando entro in casa, apro il barattolo dei piccolini. È un vaso di vetro che contiene pastelli finiti di tutti i colori. Sono troppo corti per essere temperati e usati ancora, io li tempero un’ultima volta finché non rimane quasi solo la punta e li metto tutti insieme lì dentro.
Renata fa quello che può per fermare il peggio: è una perfetta antieroina, un personaggio tridimensionale che si protegge dal male anche sospendendo la verità quando non la può gestire. Viene naturale il rimando a Eleonor Oliphant di Gail Honeyman: come lei, Renata conquista per la sua normalità e il suo restare sulla soglia fin quando è possibile, ma anche per il saper riconoscere le sue paure.
In una scuola, invece, non ho più messo piede da quel giorno. Non ne parlo mai, ma, se proprio devo, dico sempre quel giorno, anche dentro di me, dove nessuno può sentire. È un buco vuoto fra due date, una gengiva sdentata che a volte sanguina.
Il tema del bullismo resta centrale per tutto il romanzo e fotografa una realtà tangibile e attualissima di ordinarie violenze, fisiche e psicologiche, destinate a segnare per sempre. Gli adulti, che preferiscono quasi sempre coprirsi gli occhi, si rimpallano la responsabilità: famiglia e scuola si puntano reciprocamente il dito senza guardare la luna. La fragilità dei ragazzi fa malissimo e lascia il segno, puntando un fascio di luce sulla generazione Alpha che sembriamo incapaci di comprendere e sostenere.
Avevano capito che non sarebbero stati anni facili, né felici, che entrambi erano troppo educati o ingenui, troppo puliti e attenti alle regole. Avevano attraversato la porta della scuola sfiorandosi le mani per farsi coraggio, convinti che ci fosse da qualche parte un metal detector pronto a suonare alla prima traccia d’infanzia.
Barbara Cortinovis affronta il suo esordio con voce cristallina, senza farsi ingabbiare in alcuna categoria e dirigendo con maestria un’orchestra con molti elementi. Il romanzo psicologico incontra quello che lei stessa definisce noir “involontario”, con ottime possibilità di raggiungere anche il pubblico dei giovani adulti. Non si fa fatica a immaginare la trasposizione di questa storia sul grande schermo.
Non è soltanto per come appaiono, i colori, è più per i loro nomi. Uovo di pettirosso, oltremare, rosso Tiziano. Raccontano una storia che nessuno sa.
Casa editrice: Bollati Boringhieri
Pubblicato a: aprile 2026
N. pagine: 240
Sull’autrice: Barbara Cortinovis, nata a Bergamo, è specialista in Anestesia e Rianimazione. Ha studiato e lavorato per alcuni anni in Canada, prima di trasferirsi a Lissone dove vive con Nicola e Mia. Ha frequentato i Corsi di scrittura creativa di Raul Montanari. Proprio da uno spunto narrativo, elaborato durante uno dei corsi, nasce Il barattolo dei pastelli.

