“Nel paese in cui mi capita di vivere, l’unica cosa che succede è la nebbia.” Comincia così, con una rassegnazione ironica che è già una dichiarazione di stile, il romanzo d’esordio di Rossella Sorbara. E da questa prima frase non si smette mai di sentire la voce di Nicoletta: tredici anni e mezzo, capelli rasati, berretto sempre in testa, una voce tanto tenera e goffa quanto determinata e diretta, che ci guarda negli occhi senza mollarci un secondo per raccontarci la sua storia.

Anche lì, sul gradino della scuola, per esempio, ero dentro un fiume di pensieri che lo vedete anche voi che piega prendono.
Sogno dappertutto, chiusa nel cesso, ovviamente, o mentre cammino verso la scuola, ma soprattutto la sera, quando me ne sto stesa sul divano e allora mi posso proprio applicare.
Una felicità, non sento neanche la voce di quella lì, né la pendola in oro laccato, che ci tiene così tanto che non mi tira lo zoccolo se mi ci metto davanti. La pendola ogni ora fa una musica, che sembra di sentire la piccola fiammiferaia quando muore.

Il cielo è nero la terra blu è un manuale di sopravvivenza all’adolescenza, raccontato da una prospettiva che ribalta ogni sentimentalismo: quella di una ragazza capace di un distacco che è la sua forma più sofisticata di autodifesa. La madre di Nicoletta, che lei chiama solo “quella lì”, è una donna malata di un dolore mai nominato, che si sfoga sulla figlia con una ferocia quotidiana e minuziosa. Eppure Sorbara non semplifica: la stessa “quella lì” è anche la madre amorevole dell’infanzia della protagonista, presente nei ricordi come un’ombra gentile che fatica a coincidere con la donna che è diventata. Un giorno, dal piatto squallore della provincia, spunta come un fiore il tendone di un circo: è proprio lì che la ragazza intravede la sua vera madre, quella che vive nei suoi ricordi più belli. Anche se nessuno le crede, lei sa che è così, e farà di tutto per poterla riabbracciare.

Il tema della salute mentale attraversa il libro con una delicatezza rara, senza mai essere nominato direttamente, affidato invece alla logica storta e commovente con cui Nicoletta cerca di dare senso alle dinamiche della sua famiglia: una madre distruttiva, un padre assente, una sorella minore di cui nessuno si prende davvero cura. Sorbara riesce nell’impresa difficilissima di affrontare argomenti pesanti con una comicità agrodolce che non scivola mai nel melodramma né nella demenzialità: si ride e ci si stringe un po’ il cuore, e spesso le due cose accadono nella stessa riga.

La prima cosa che faccio, quando entro in bagno, e mi rendo conto che magari non è normale, comunque, in generale, la prima cosa che faccio, mi tolgo la maglia e mi guardo i segni sulle braccia e sul collo. Una volta avevo anche un occhio nero, per dire.
Per me sono i miei trofei, capite?
Trofei di guerra. Trofei di resistenza, trofei di lotta, trofei di andate tutti a fanculo, dal profondo del cuore.
Sono fatta così, non so perché.
Sarà l’effetto di quella litania che mi cantava prima mia madre, quando da piccola, per esempio, avevo il mal di pancia. Magari è una canzone contro natura, ma faceva così:
“Fagli male, fagli male pancia fagli male forte forte, che a lei non gliene frega e manco gliene importa”

È in questo doppio sguardo, e nel tema stesso del doppio, che il romanzo trova la sua nota dominante: si declina nella figura materna, sostituita a un certo punto della vita di Nicoletta da “quella lì”, nella noiosa realtà di un paese qualunque ribaltata da un circo che irrompe a scuoterla, nei primi turbamenti tra affetto e attrazione per il silenzioso Cosimo e il misterioso Nadir. Ma è la voce la vera protagonista del libro. Iperloquace e ipercolta, eppure così spontanea nella sua logica, nelle sue ossessioni, nella sua ingenuità: una sintassi che mima il pensiero che non riesce a stare fermo, che devia continuamente per non arrivare dove fa troppo male.

Se c’è qualche incertezza, riguarda un certo eccesso di giri di parole e di colloquialismi, che a volte appesantiscono la fluidità della voce, e gli innesti di canzoni in inglese, la cui funzione è chiara ma che non sempre si integrano nel ritmo complessivo del romanzo e, più che amplificarlo, talvolta lo interrompono. Sono però piccole stonature in un esordio che, per il resto, sa esattamente cosa vuole dire e come dirlo.

Sopravvivere è camminare su un filo teso tra apparenti opposti: si può restare in equilibrio stringendo i denti, come perfetti funamboli, oppure cadere. Né noi né Nicoletta sappiamo chi è la giovane adulta che la attende dall’altra parte dello specchio, né tantomeno quale di queste due cose dovrà fare per raggiungerla.

 


Casa editrice: Neo edizioni
Collana: DRY
Pubblicato a: aprile 2026
N. pagine: 176

Sull’autrice: Rossella Sorbara si è laureata in filosofia teoretica con una tesi su Wittgenstein. Vive a Torino, ha due figli, una bici e un giradischi. Ha lavorato nei posti più disparati, perfino in un circo, e per anni ha messo musica nei locali di notte, cosa che continua a fare. Da qualche anno insegna Storia e Filosofia al liceo. Il cielo è nero la terra blu è il suo primo libro.