Che siamo davanti a un esordio coraggioso lo capiamo fin da subito, dalla citazione in esergo tratta da Tristram Shandy: non è da tutti tirare in ballo un mostro sacro del genere appena dietro il sipario della propria opera prima. E Nicolò Cavallaro dimostra anche di essere fedele alla premessa: fra digressioni, continue rotture della quarta parete e ‘tagli’ di regia ben visibili al lettore, che tanto ricordano le pagine nere e gli scarabocchi dell’opera di Sterne, ci ritroviamo in men che non si dica in balia dei giri di parole di Guido, protagonista del romanzo nonché narratore inaffidabile per eccellenza e investigatore privato specializzato nel ritrovamento di oggetti.
“(…) pur essendo sprovvisto di superfici specchianti, rifletto. Rifletto sulla singolarità del caso che mi richiede il ritrovamento di un comune orologio (…)”
Stavolta Guido è alle prese con un caso particolarmente spinoso: la ricerca di un tempo (perduto?) sotto forma di orologio smarrito da un misterioso cliente. Questa la scintilla che innesca la partenza del Lama dell’Alabama, una storia che ci prende per mano e ci tira a sé, come una bambina dispettosa che non ci vuole proprio dire dove ci sta portando. La seguiamo fiduciosi mentre ci porta a spasso per le vie di Roma: con lei respiriamo da vicino l’atmosfera della città, ed è piacevole perdersi nei dettagli, negli aneddoti di Guido, nelle filastrocche che interrompono brusche i capitoli come se volessero evidenziare particolari importanti; qualche volta, però, ci sentiamo come raggirati da un tassista che vuole farci spendere il più possibile, quasi provando gusto a giocare con la nostra pazienza.
“(…) sappi, lettore lettrice, che se ti stai perdendo non è così male non è così grave e se ti stai perdendo, sappi, sei nel posto giusto perché da parte mia – te lo dico con sincerità – non c’è dolo o premeditazione ma l’intento solo, l’intenzione pare di ritrovarti e ritrovare (…)”
Guido ragiona sul da farsi con il suo assistente Winston Coleman, corteggia senza successo l’affascinante origamista Alice Tuttoburro, ascolta rapito il carismatico Ulisse Pulviscolo, segue la scia di Marianna Fuma fino alla stanza d’ospedale di Ettore Calcestruzzo e si prende cura con maldestro affetto della figlia Margherita cercando di evitare la “palla nel torace” che ritorna ogni volta che incontra Elide l’Ex – insomma, si impegna in qualsiasi attività che non abbia a che fare con l’incarico di ritrovare quell’orologio. C’è un pensiero in battere, una frase di tre parole che percuote senza pietà l’intera narrazione: “mentre Sabrina spira”, Guido divaga, in una ricerca che sembra più una fuga da questo ritornello ossessivo, e noi lo osserviamo, diventando a nostra volta detective e arrivando insieme a lui alla soluzione.
“Mentre Sabrina spira, e intermezzi ambientali, elementi descrittivi o variegati dettagli sensoriali casuali (…) dicevo, mentre Sabrina spira, spezzano interrompono e variegano il ritmo del dialogo (…)”
Si finisce col voler bene a Guido, al suo Lama dell’Alabama e a tutte le altre rime e allitterazioni con cui ama trastullarsi, alla premura affettuosa con cui ci chiede di avere pazienza e restare con lui, godendoci questa strana caccia al tesoro. Nel corso di questo viaggio, a volte si ha l’impressione che la strada più lunga non sia il modo migliore di assaporare il succo di una storia. Eppure gli scorci panoramici ripagano sempre, specie se osservati volando leggeri sulle ali della lingua ricca, giocosa e musicale di Cavallaro. E, una volta scesi, la nostalgia si fa sentire.
Casa editrice: Hacca edizioni
Pubblicato a: febbraio 2024
N. Pagine: 220
Sull’autore: Nicolò Cavallaro (Palermo, 1981) vive a Roma, dove lavora come redattore e editor freelance. Ha pubblicato racconti su antologie e riviste letterarie. Il lama dell’Alabama è il suo primo romanzo, segnalato alla 36a edizione del Premio Calvino.

