Chi scrive questa recensione ha sperimentato in prima persona la sensazione della morte “d’ufficio”: accadde anni fa, in un punto vendita di un noto operatore di telefonia, quando un addetto constatò l’impossibilità di sottoscrivere un contratto a causa di un macabro errore di sistema. Lo stesso succede a Cosimo Praticò, protagonista de Il morto presunto, per un errore dell’anagrafe. Ecco la dimostrazione che l’idea da cui scaturisce questo romanzo, per quanto possa apparire assurda, poggia su fondamenta solidissime, ed è proprio la sua plausibilità a renderla così prossima e inquietante.

Con il suo esordio, Piera Rampino costruisce una parabola esistenziale che dialoga apertamente con una tradizione precisa: Pirandello e Kafka per il tema dell’identità scissa e dell’annichilimento dell’individuo di fronte al sistema; Buzzati per quell’umorismo leggero solo in superficie, costantemente venato di un’angoscia che monta lentamente mentre la realtà si deforma senza mai esplodere del tutto. La morte di Cosimo Praticò non è solo un errore amministrativo: è il punto di non ritorno di una vita che, forse, non ha mai occupato davvero il centro della scena.

“Franca camminava sulla stretta lingua di terra in mezzo al ghiaccio, ora preceduta, ora seguita da Cosimo, che modulava il passo a seconda della velocità del fratello. Quando quello si lanciava in avanti per raggiungere una rada del sentiero o conquistare un picco oltre la curva, lui restava indietro, sospingendola con gli occhi alle spalle come per aiutarla a salire. Ma se Ettore di colpo decelerava per accostarsi di nuovo a lei, l’altro un po’ alla volta si allontanava, puntando lo sguardo in alto o piegandolo di fianco, sul candido declivio di un prato.”


Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la sua stratificazione. Da un lato, il livello processuale e burocratico: il susseguirsi di documenti, procedure, verifiche, rimpalli di responsabilità che sanciscono l’inesistenza giuridica di Cosimo, esaltandone l’impotenza. Dall’altro, un movimento a ritroso, attraverso il quale la voce narrante tenta una ricostruzione di Cosimo che corrisponde, in realtà, a una lenta presa di coscienza di ciò che Cosimo non è mai stato; un movimento curiosamente sempre esterno, che sembra lambire il protagonista anziché attraversarlo. A questo doppio binario si aggiunge uno sguardo ulteriore: quello sprezzante e infastidito degli altri, che sfiora Cosimo quasi per caso, restituendone un riflesso debole e intermittente.

«Stia attento a non urtare Marta!», ringhiò l’altro alzandosi di scatto.
Cosimo si voltò attorno confuso, spiando l’addetto comunale che, scaricata in terra un’occhiata fulminea, gli muoveva minaccioso incontro. L’uomo però si fermò davanti a lui senza neanche guardarlo, solllevò delicatamente dalla sommità dell’armadio una grande felce dalle foglie lucenti e tornò indietro con espressione trasmutata, sostenendo la pianta fra le braccia con amorevole premura. Dopo aver indugiato un momento, la sistemò in un angolo libero della scrivania accanto al davanzale; Marta parve ringraziarlo con un movimento leggero delle foglie, protendendosi come un girasole verso la luce.

È forse questo l’aspetto più straziante del libro: l’intera esistenza di Cosimo viene misurata esclusivamente per l’impatto (minimo) che ha avuto sulla vita altrui. Franca, la donna amata senza essere ricambiato; il fratello Ettore; i figli Giulia e Antonio; Paolo, socio in affari del fratello. Cosimo esiste nei margini delle loro storie, come una variabile di disturbo, una fortunata coincidenza o un peso da gestire. La sua felicità non viene mai mostrata apertamente, e quando sembra affiorare appare fragile, quasi automatica: una felicità pavloviana, simile a quella del bassotto Achille – l’unico, paradossalmente, a vederlo davvero – rapito dalla sua pallina.

In questo senso, anche il nome del protagonista assume una forza simbolica evidente. Praticò richiama la pratica, il faldone anonimo in mezzo a tanti altri, mentre quella “ò” finale, con il suo sapore di passato remoto, sembra già collocarlo in un tempo concluso, archiviato. Cosimo è morto perché è diventato documento, perché la sua identità è stata assorbita e semplificata fino a coincidere con una voce di sistema. O forse il sistema ha ufficializzato una morte già avvenuta da tempo, nonostante l’ostinazione del diretto interessato a non volerne prendere atto?

Rampino utilizza così la burocrazia non come semplice bersaglio satirico, ma come metafora di un mondo che ha delegato la verità al protocollo, l’esistenza alla verificabilità. Lo fa con una lingua solo apparentemente semplice, capace di creare immagini nette ed efficaci in un bianco e nero che rende più grevi i contorni di cose e persone anziché ammorbidirli. Il morto presunto racconta l’annichilimento di un uomo, ma soprattutto ci impone una domanda più ampia e inquietante: cosa resterebbe di noi se smettessimo di coincidere con ciò che risulta?

 


Casa editrice: Alcatraz
Collana: Labirinti
Pubblicato a: novembre 2025
N. pagine: 248

Sull’autrice: Piera Rampino vive tra Bolzano e Bressanone, dov’è nata. Appassionata di lingue e letteratura, dopo la laurea in giurisprudenza ha lavorato nei settori della traduzione e della ricerca linguistica applicata. Il morto presunto, il suo romanzo d’esordio, è rientrato tra le opere selezionate nella IX edizione del Premio Città di Como.