Difficile tornare alle origini quando da un romanzo sono nati un film di grande successo (regista Jean Jacques Annaud, protagonista Sean Connery) e una serie tv di assai meno successo (con John Turturro). L’impresa è ancora più complessa se si prende atto che lo stesso romanzo ha partorito anche un’opera lirica: è bastato annunciare il titolo (Il nome della rosa, ça va sans dire) che i biglietti per la Scala sono andati esauriti in un amen. Recensioni entusiastiche, dieci minuti di standing ovation a ogni replica, platea e loggione uniti nel tributare al regista Francesco Filidei i sensi del loro più totale gradimento. Roberto Cotroneo, interrogato in merito pochi giorni fa, non ha avuto esitazioni: “Il libro che mi ha cambiato la vita? Il nome della Rosa, sicuro”.

Quando si affronta, oggi, il romanzo d’esordio di Umberto Eco, datato 1980, c’è una domanda che imperiosa si pone: come si può tornare alle sue radici, al pensiero dell’autore e alle trappole di cui ha disseminato il racconto, liberandosi del tutto dal volto di Connery che interpreta Guglielmo da Baskerville, del modo distorto e animale con cui l’attore che nel film di Annaud interpretava Salvatore declamava “Penitenziagite!” alla maniera degli eretici dolciniani? 

Qualcuno potrebbe obiettare che non è che a Dumas sia andata meglio con Il conte di Montecristo: ogni generazione ha ormai un attore feticcio tante sono le versioni video che sono state tratte dal suo incasinatissimo romanzo (Eco sosteneva che era fondamentalmente scritto con i piedi): da Andrea Giordana nel ’66 al molto glamour Sam Claflin in tempi odierni. E se lo si rilegge oggi, ogni lettore contemporaneo assegna a Dantès le fattezze del volto con cui ha imparato ad amare quel personaggio, i più mentre scava nel castello d’If per raggiungere la cella dell’Abate Faria.

C’è solo da procurarsi del male anche fisico nel mettere mano oggi al Nome della Rosa. Perché era e resta un mistero. Non è solo un divertissement che il maestro si concesse per uscire dalla forma-saggio e cimentarsi con quella-romanzo. E tale mistero resiste all’usura del tempo assai più del letale veleno che uccideva frati curiosi nella biblioteca dell’Abbazia benedettina sede delle drammatiche vicende riferite da Adso quando ormai il suo tempo sta per scadere. Ognuno può azzardare un’ipotesi, un’idea, e più o meno tutti ci hanno provato: romanzieri e filologi, storici e antropologi. Tutti convinti di aver trovato la chiave capace di estinguere quella sete di chiarimento che ancora oggi, con la stessa potenza di allora, coglie chi accetta di camminare con Guglielmo e Adso nel labirinto della biblioteca tentando (un altro segnale!) di orientarsi. E azzardando un’ipotesi è inevitabile il rischio di essere travolti dai frizzi e dai lazzi di chi da anni è e resta convinto di aver interpretato, lui solo, il messaggio del Maestro.

Quando nei cinema uscì Habemus papam di Moretti, Goffredo Fofi scrisse che Nanni (soprattutto in quella occasione ben lungi dallo spostarsi per lasciarci vedere il film) aveva usato papi e cardinali per parlare della sinistra italiana e illuminare l’assoluta inconsistenza dei candidati a reggere quel ruolo. Quando Il nome della Rosa fu pubblicato l’Italia era a due anni dall’omicidio di Moro, ancora si brancolava nello pseudo buio nel tentativo di decodificare quell’evento dirimente. E nella nebbia procedevano quelli che tentavano di dare un senso alla stagione delle stragi e ai terrorismi che avevano insanguinato l’Italia. Si può sostenere oggi che Guglielmo da Baskerville fosse, nell’intento del suo creatore, la versione letteraria che indicava all’inconsapevole lettore il metodo da applicare per leggere gli eventi del mondo reale? Un deciso passo avanti rispetto al “Io so ma non ho le prove” di Pasolini che si potrebbe leggere come “Io non so, ma le prove potreste cercarle così?”.

Non che all’epoca i messaggi in codice non fossero di uso comune. Un concittadino di Eco (nel senso che entrambi avevano casa a Bologna) di nome Romano Prodi disse durante il sequestro del leader democristiano, che durante una seduta spiritica (il cattolicissimo Prodi attorno a un tavolo con le dita a contatto con quelle dei vicini! Che immagine indimenticabile) un’anima lontana aveva comunicato ai convenuti la parola ‘Gradoli’. La storia ci dice che le forze dell’ordine misero a soqquadro il paesino con quel nome vicino a Viterbo ma passò ancora del tempo prima che irrompessero nel covo Br dell’omonima via romana. Decisamente allora i codici non si sapevano interpretare e naturalmente questa è una triste battuta. E se Eco avesse voluto indicare all’Italia come imparare a capire l’incomprensibile?

Il punto è superare cinema e televisione. Perché se la trama del Nome della Rosa è in tutto e per tutto osservante dei canoni del giallo (gli omicidi da risolvere, più linee di racconto, il passato tormentato dell’investigatore: quanto sono debitori nei confronti di Eco due investigatori letterari come Adamsberg di Fred Vargas e Harry Bosch di Michael Connelly?) ciò che occupa la maggior parte delle pagine è il dialogo, l’utilizzo della capacità analitica per interpretare i segni. Il tutto annaffiato da un ritmo talvolta ottocentesco e da confronti accademici che assai poco (pare) hanno a che fare con la trama di un giallo. Eppure sono la traccia illuminata per arrivare alla verità. Il sospetto a questo punto sorge potente: e se fosse che Eco non ha voluto insegnare a decodificare codici ma fosse esso stesso un codice? Una capsula del tempo che il prof semiologo ha seppellito nella libreria di mezza Italia per conseguire un risultato ancora più alto?

Uno dei mali della nostra contemporaneità è il progressivo dissolversi dei diversi livelli dell’interpretazione. Stiamo diventando più stupidi probabilmente, immersi come siamo nella fregatura del qui, ora e se possibile di pochi secondi che se no ci viene mal di testa. Leggere oggi il Nome della Rosa è un antidolorifico contro quel mal di testa. È come se il lettore, trascinato dal desiderio di scoprire chi e perché ha ucciso i frati, interiorizzasse gli strumenti per tentare di capire perché ci si alza la mattina e che senso hanno, se ce l’hanno, i fatti che ci succedono intorno. Il prof forse sapeva che ci saremmo ridotti così e ha provato a regalarci un antidoto utilizzando la forma-romanzo. Nulla è cosa sembra e per scoprire cosa invece è davvero bisogna studiare, diventare capaci di mettere insieme tasselli diversi per comporre un mosaico di cui non abbiamo il disegno preliminare. Bisogna utilizzare il tempo. 

O forse ci ha solo presi in giro illudendoci che sia così. Ed è facile immaginarlo a sogghignare pensando a noi poveri illusi. Del resto pure Nostro Signore rideva, lo ha detto Aristotele nel secondo libro della sua Poetica e lui, Eco, ci ha scritto un romanzo.

 


Prima edizione: Bompiani,1980
Ultima edizione: La nave di Teseo, 2020 (con i disegni e gli appunti dell’autore, nota critica di Mario Andreose)

Sull’autore: Umberto Eco è stato una delle menti più brillanti e innovative nella cultura italiana nel ventesimo secolo e della prima parte del ventunesimo. Semiologo, docente, saggista, romanziere: è stato per anni l’autore de la “Bustina di Minerva” su L’Espresso, ha scritto in tutto sette romanzi e innumerevoli saggi. Ha promosso la nascita e la crescita dell’indirizzo in Scienze della Comunicazione negli atenei italiani. E’ stato sempre un bibliofilo appassionato: se si desidera comprendere a fondo la natura dell’uomo e la profondità del suo amore per i libri è doveroso vedere il docufilm “La biblioteca del mondo” girato da Davide Ferrario nel 2022. Eco è morto a Milano nel 2016.

Premi e riconoscimenti: Il nome della rosa ha vinto il Premio Strega nel 1981 e ottenuti numerosi riconoscimenti internazionali. Tra i casi editoriali di maggior successo, è stato più volte ristampato nel corso degli anni ed è arrivato a vendere circa 50 milioni di copie in Italia e nel resto del mondo, dove è stato tradotto in oltre 40 lingue.