Un giorno capisci di essere morto. E allora ti trovi a osservare dall’alto la scena del tuo funerale, come nella sequenza di un film: una lenta carrellata inquadra tua madre e tuo padre, poi gli amici di una vita e infine va in primo piano sulla ragazza che stavi per sposare. Tutti insieme piangono e un po’ anche ridono, stringendosi negli abbracci, increduli e disperati per la tua scomparsa. A questo punto potresti spegnere la telecamera e riposare in pace, sentendoti molto amato, invece non lo fai. Sposti l’inquadratura nella casa di Reggio Emilia dove vivevi insieme a lei. La vedi soffrire così tanto per la tua assenza, urlare, frugare nei ricordi, rimpiangere persino i tuoi difetti e i momenti brutti. Se è vero che il tempo è l’unica cura tu decidi di aspettare. Osservi i piccoli, lenti cambiamenti: la vedi ricominciare a mangiare, dare via le tue cose, riprendere a uscire. È l’inizio di una nuova vita senza di te che la porterà un giorno ad essere di nuovo felice. Ed è così che esce allo scoperto il nichilista che sei sempre stato, con il suo grande dubbio esistenziale: per cosa vale la pena vivere se tutto è provvisorio?
Nel romanzo d’esordio del drammaturgo emiliano Emanuele Aldrovandi, che ha scelto di vestire i panni del protagonista, lo spunto narrativo è solido e di interesse universale. In una sorta di lunga confessione in prima persona, con un tono che si può definire ‘cinismo romantico’, l’autore tratta di amore ideale e di ideale di amore, di morte e di sopravvivenza in modo lieve, originale, intelligente. Un po’ come in Sliding Doors, la storia che il bivio narrativo fa raccontare due volte fa pensare agli ‘snodi’ della nostra esistenza, alla volatilità delle promesse, alla paura della verità e alla provvisorietà dei sentimenti umani.
“Mangiamo, godiamo e ci battiamo i pugni sul petto. Tutto il resto è maquillage sociale.”
L’aspetto originale del plot non risiede tanto nell’amore perduto che ti guarda dall’aldilà – Il Paradiso può attendere e Ghost hanno commosso intere generazioni – ma nella seconda parte del romanzo, quella in cui il narratore cede al disincanto e non riesce più ad affrontare il rischio della transitorietà. Con buona pace delle promesse di amore eterno.
“C’è solo un presente perpetuo che riparte da zero tutte le mattine: ogni giorno è il primo e potrebbe essere l’ultimo.”
Se il valzer delle dinamiche di coppia è decisamente al centro della trama, nel romanzo non va trascurato il ruolo dell’amicizia. Banderuola, violento, spaventapasseri sono i compagni di una vita del protagonista, con cui è cresciuto nella provincia emiliana. Con i loro geniali soprannomi interpretano una forma di lealtà assoluta spesso attribuita all’immaginario maschile che qui si dimostra più solida dell’amore, perché riesce a oltrepassare la morte senza esitazioni.
Aldrovandi ha una scrittura sicura e una voce ironica, che rendono la lettura molto confortevole. La scelta di ricoprire il ruolo del personaggio principale consegna al testo una forte credibilità, ma allo stesso tempo ne segna il limite, perché ci fa sedere un po’ troppo comodi sul suo divano. È nei dialoghi brillantissimi che trionfa la scrittura teatrale dell’autore, sembra già di sentirli risuonare su un palcoscenico.
“Mi hanno detto di salutarti”
“Chi?”
“Quelli della pasticceria”
“Sapevano che ero in ospedale?“
“Sì, è uscito un articolo sul giornale”
“A tutta pagina?”
“No, un trafiletto”.
Casa editrice: Einaudi
Collana: Stile Libero Big
Pubblicato a: gennaio 2024
N. pagine: 200
Sull’autore:
Emanuele Aldrovandi è un drammaturgo, sceneggiatore e regista italiano. I suoi testi teatrali, tradotti in molte lingue, hanno ricevuto molti riconoscimenti tra cui il Nastro D’argento, Il Premio Tondelli, il Luigi Pirandello, l’Hystrio. Nel suo recente spettacolo-gioco Dieci modi per morire felici, gli spettatori hanno la possibilità di sperimentare una nuova vita, dalla nascita alla morte. Con Il nostro grande niente ha vinto il Premio Severino Cesari Opera Prima 2024.

