Maggio 1944, mentre i tedeschi sono ancora ben radicati nel territorio ma logorati dalla Resistenza partigiana, l’Emilia viene bombardata dagli anglo-americani. Tre giovani fratelli, Carlo lo scienziato, Adriana il maschiaccio e Gianna la personcina, così come li chiama scherzosamente la madre, trovano rifugio insieme a papà Pietro e mamma Marta nel paese d’origine di quest’ultima. Lì ci sono i matti, rinchiusi in un grande palazzo.

Il paese dei matti, romanzo d’esordio di Federica Iacobelli edito da Bompiani, è una storia di persone, anime segnate dalla follia della guerra. C’è il centenario, scostante parroco Don Celso, c’è la piccola Gianna, vigile e silenziosa, e Mario il matto, così tenero e fragile. E ci sono gli altri, protagonisti minori ma non meno fondamentali, alcuni solo evocati però vivi perché hanno un nome. C’è “il nome di Giulio”, lo zio dei ragazzi disperso in guerra, c’è “il nome di Alma”, la sua fidanzata che sembra averlo dimenticato, forse a torto mal giudicata, e poi ci sono “Asina l’asina”, “il gatto di nome Gatto” e la “bambola di nome bambola”. Perché nelle identità piegate dalla brutalità e dall’orrore “i nomi bisogna saperli. E bisogna imparare a pronunciarli”.

In un paese che il delirio collettivo delle armi ha reso egoista e diffidente, i matti devono essere esclusi, dimenticati, doppiamente “alienati”. Soltanto un’anima candida come quella di Gianna potrà entrare in contatto con loro, quasi resuscitarli da una damnatio memoriae.

I matti non si chiamavano solo matti ma possedevano dei nomi che si potevano imparare e ricordare a memoria. Il nome di Mario era l’unico che Gianna non ripeteva. Non ancora.

E così sarà Mario, che deve averne percepito l’empatia, a inviare in dono a Gianna piccoli manufatti su una zattera che naviga il fiume controcorrente, omaggi silenziosi di chi non ha voce e tenta di esprimersi. 

E sarà la purezza di Gianna a risvegliare la fede del parroco, che dalla guerra e dalle visite ai malati in manicomio aveva ricavato solo dolore, frustrazione e rabbia, e avrà bisogno dell’entusiasmo infantile della piccola per tornare a sperare. Don Celso, che ha smesso di celebrare la Messa e ha chiuso la chiesa, è in lotta con la propria coscienza, profonda e febbrile, e si domanda se il suo distacco dal mondo non sia in realtà soltanto una forma mascherata di rabbia:

E altrettante volte aveva chiuso gli occhi, imprecato, pregato, discusso con sé stesso o con altri quando ancora parlava con le persone per non soccombere, appunto, per non desiderare di far scoppiare una guerra. Non era certo di esserci riuscito.

La solidarietà, la comprensione e la compassione sono le uniche voci che si alzano contro il devastante fragore delle armi:

Molte volte poi l’abbaglio cupo l’aveva ritrovato riflesso negli occhi degli altri, molte volte ne aveva compreso l’origine, il motivo, molte volte più che biasimare aveva patito.

 

Il paese dei matti contiene parole dette e più spesso taciute, dove il silenzio denuncia la crudeltà della guerra ma apre spazio e rifugio all’interiorità:

Aveva avuto uno slancio, il tentativo di dire quella cosa importante che però richiuse presto in un posto sperduto dentro di sé.

Uomini, donne, animali, preti, matti, bambini, bambole, tutti uniti potranno ridare speranza a un’umanità sepolta dalla barbarie.

Federica Iacobelli, che ci svela i luoghi reali del racconto nella breve nota finale, trova in Colorno e la sua Reggia l’autentica ambientazione storica per il suo romanzo. Sì, perché quel palazzo, situato in una zona controllata in quegli anni dalla Repubblica Sociale Italiana e occupato in parte dall’esercito tedesco, era altresì adibito a manicomio dal 1873 e lo sarà fino al 1978, anno della legge Basaglia che sancì la chiusura degli ospedali psichiatrici. 

Il paese dei matti è un libro che vive più di ogni altra cosa su un potente immaginario simbolico. Nato da un soggetto cinematografico della stessa Iacobelli e Giovanna Bo, senza scomodare illustri possibili ascendenze nell’utopia fantastica di Rodari o nell’umana empatia di Zavattini, ci scorta con afflato poetico e mano leggera nella tragedia che sconvolse il mondo senza mai nominarla, “mostro giostra minaccia sorpresa scossone evento strambo tremendo ineffabile”, attraverso gli occhi innocenti e fiduciosi di una bambina.

Guardò il cielo sopra di lei, sopra di loro, come faceva prima, come facevano tutti. […] Un cielo azzurro carico. Non ci era più abituata.


Casa editrice: Bompiani
Collana: Narratori Italiani
Pubblicato a: maggio 2025
N. pagine: 208

Sull’autrice: Federica Iacobelli (1975) è nata a Roma e cresciuta a Napoli, ma vive a Bologna. A Urbino insegna sceneggiatura all’Istituto ISIA. Scrittrice, sceneggiatrice, drammaturga, giornalista, ha scritto libri per lettori piccoli e grandi e racconti illustrati. Il paese dei matti è il suo romanzo d’esordio.