“Per arrivare fino in fondo al vicolo, i raggi del sole devono scendere diritti rasente le pareti fredde, tenute discoste a forza d’arcate che traversano la striscia di cielo azzurro carico. Scendono diritti, i raggi del sole, giù per le finestre messe qua e là in disordine sui muri, e cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali, e sottovesti stese appese a corde; fin giù al selciato, fatto a gradini e a ciottoli, con una cunetta in mezzo per l’orina dei muli.”

Inizia così Il sentiero dei nidi di ragno. Con il sole.
I raggi ci mettono due paragrafi per scendere in fondo a uno dei carrugi della Città vecchia, e ci guidano lungo le pareti fino al selciato, nella cunetta per l’orina dei muli. L’attimo dopo: un grido.
E siamo Pin. 

Momento. Ricomincio.
Dovevo scrivere questa recensione, guardavo YouTube: il filmato di un videogioco chiamato: “Un gioco sullo scavare un buco”, in cui si scava un buco.
Bisogna scavare perché su un cartello c’è scritto che in giardino c’è il tesoro. E guardavo. E dicevo: stai guardando uno che scava un buco. Allora smettevo. E pensavo al libro. In quanti hanno raccontato la resistenza: tanti. In quanti lo hanno fatto con una favola: uno. Il punto, sta nel punto di vista scelto da Calvino, dicevo al gatto. Poi lo spostavo dallo schermo e scrivevo su YouTube: italo calvino il sentiero dei nidi di ragno, se c’erano filmati. C’erano. Avevo scelto quello preso da Rai3hd: Scrivere la resistenza. Italo Calvino. Lo avevo fatto partire, e mi ero messo a fare la minestra.

Una voce di femmina, limpida, leggeva gli estratti, e una voce di maschio, roca, analizzava. Sembrava, la voce di maschio, quella di Furio, il personaggio di Un sacco bello.
E Furio, con le parole, aveva polarizzato la mia testa. Come una grossa calamita. E mentre affettavo le zucchine, le parole, dense ma leggere, come limatura di ferro, passando dalle orecchie, andavano a disporsi sul materasso del cervello, modellando i ragionamenti.
Diceva, la voce, chi era Calvino, da che famiglia arrivava, a che età era andato partigiano e quanto ci aveva messo a scrivere il suo libro d’esordio, uscito nel ‘47 per Einaudi. Parlava soprattutto della seconda prefazione, quella del ‘64.
Io sbucciavo cipolle e la voce diceva che c’erano, nella storia, i suoi convincimenti, le sue pulsioni. Ma invece di un racconto epico aveva centrato la narrazione attorno a un bambino. Non uno qualsiasi, uno ai margini. Che finisce in una banda partigiana anch’essa ai margini. E che Calvino aveva imbastito sulla lotta partigiana una favola, una grande fiaba:

“una fiaba in cui il dolore del mondo è tutto contemplato e racchiuso.”

Io pelavo patate e la voce, partendo da un saggio intitolato Il midollo del leone, diceva che il valore morale dell’opera si trovava nel capitolo IX. Capitolo in cui un operaio, comandante di brigata, Ferriera, e un intellettuale, commissario politico, Kim, prendendo proprio quella banda partigiana ai margini come base di partenza per il ragionamento, discutevano sull’importanza della lotta, e su qual è la parte giusta della storia nella quale stare: quella che riscatta e s-catena, non quella che distrugge.

“Le cose possono essere simili, ma è necessario vedere in quale direzione si orientano.”

E continuava citando I Malavoglia, Conversazioni in Sicilia, Paesi tuoi, triangolo all’interno del quale i giovani scrittori dell’epoca avevano cercato una nuova forma di linguaggio, e ancora Fenoglio, Meneghello, dicendo che è però Calvino, ad arrivare di più:

“è come una rappresentazione del mondo della resistenza in presa diretta.”

Allora volevo sapere che faccia aveva questa voce Furio. 

Pulite le mani, avevo fatto ripartire il video. E la voce era di un bell’uomo, di una certa età, capelli bianchi mossi, occhialetti sottili col cordino e baffi curati a spazzola. E, mentre parlava, appariva il nome.
Era Alberto Asor Rosa. 

Ed ero tornato a guardare il gioco del buco. 

Pensavo: senza prendere in considerazione Per chi suona la campana, L’armata a cavallo, La disfatta, o Le confessioni di un italiano, o il triangolo Verga-Vittorini-Pavese, come si fa. Calvino ha già spiegato nella prefazione, Asor Rosa ha detto parole limatura di ferro, e tutti hanno detto tutto su Il sentiero dei nidi di ragno, come si fa. È da pazzi. Da pazzi. E guardavo scavare. Il buco grandissimo.

Poi però la minestra era pronta.
Mangiando mi ero chiesto: cosa rimane di più. Una cosa rimane di sicuro, da Il sentiero dei nidi di ragno: il coraggio. Che a volte bisogna tirare fuori. Si deve. E mi ero detto: Dai, sali e tabacchi. E avevo scritto. La consegna, tremila caratteri, conto: diciottomila. Ho buttato tutto. Era tutto, come si dice, scritto con la giacca. Allora, mi ero tolto la giacca e, va be’, forse erano venuti via anche i pantaloni, però meglio nudi che mal accompagnati.
Avevo scritto una specie di riassunto, lo avevo attribuito a un mio parente frequentante la scuola dell’obbligo, classe terza, compito: riassumi il libro a parole tue. Parente che mi ero inventato per attribuirgli una cosa scritta da me perché mi vergognavo. Avevo buttato anche quella. Per capire, cominciava così: 

Pin è uno sfigato. Lo pistano tutti. Poi ruba la pistola a un nazista, gli altri si cagano sotto, loro sì sono i veri sfigati. 

Se ancora non si capisce perché ho buttato, metto un altro pezzo:

Kim e Ferriera dicono al Dritto: domani c’è azione di guerra, vedi di andare, ma lui non va, vuole sbombolarsi la Giglia, moglie di Mancino. 

Un altro?

Pin trova Cugino, uno che, sette anni con le scarpe ai piedi, mai tolte. E Cugino chiede a Pin dove sta sua sorella, che vuole andare a puttane.

La rovina, come metodo recensivo, è ancora poco esplorata, pensavo.
Asor Rosa: Il midollo del leone. Io: Dritto e Giglia che sbombolano.
Un mago, della rovina.
E del rimpianto.

E, con un rimpianto, concludo: l’impossibilità di esordire per sempre. Secondo Calvino, non si dovrebbe esordire, per non perdere quel potere che l’esordio in potenza ha. Come un gioco. Il gioco, prima di iniziare è tutto. Poi, solo un gioco. Ad esempio scavare un buco. Non si torna indietro: si scava, si spera. E nel suo  esordio il protagonista è Pin. E chi è Pin: un bambino. E di cosa dovrebbe occuparsi, un bambino. 

Chissà, un trucco potrebbe essere comportarsi come se fosse tutto un esordio. Sempre. Forse. Forse

“un giorno si arriverà ad esser tutti sereni e non capiremo più tante cose perché capiremo tutto.” 

No. Riconcludo. 

Calvino nella prefazione comincia almeno sei volte, io solo due. Ho un credito di quattro. E se ho iniziato con l’inizio, finisco con la fine. A mia discolpa, in Cominciare e finire, sesta (incompiuta) lezione americana, Calvino dice:

“Comunque essa [storia] finisca, […] ci accorgiamo che non è verso quel punto che portava l’azione del raccontare, che quello che conta è altrove, è ciò che è avvenuto prima”. 

Ed è così. La vera forza del libro, secondo me riassunta nel dialogo finale tra Cugino e Pin, è solo intuibile. Soprattutto in quello che Cugino dice dopo che Pin, mostratogli uno dei nidi di ragno sopravvissuti alla distruzione di Pelle, vorrebbe fargli buttare dentro un fiammifero.

“Perché, povera bestia?” fa il Cugino. “Non vedi quanti danni hanno già avuto?”  

Qualche paragrafo dopo, finisce. Col buio, le lucciole, ricordando la mamma. Per mano al Grande Amico. Con una direzione.  

Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi.
“Tutte così, le donne, Cugino…” dice Pin.
“Eh…” consente il Cugino. “Ma non in tutti i tempi è cosi: mia madre…”
“Te la ricordi, tu, tua mamma?” chiede Pin.
“Si, è morta che io avevo quindici anni,” dice Cugino.
“Era brava?”
“Sì,” fa il Cugino, “era brava.”
“Anche la mia era brava,” dice Pin.
“C’è pieno di lucciole,” dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole,” dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.”
“Sì,” dice il Cugino, “ma viste così sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano

 


Il sentiero dei nidi di ragno

Prima edizione: Einaudi, 1947
Ultima edizione: Mondadori, 2023

Sull’autore: Italo Calvino (Cuba 1923 – Siena 1985) dopo gli studi e la Resistenza si trasferì a Torino, dove dal 1947 al 1983 collaborò con Einaudi. Nel 1964 prese dimora a Roma, quindi a Parigi dal 1967, dal 1980 a Roma di nuovo. Attivo collaboratore di quotidiani e riviste, pubblicò oltre venti libri, fra i quali Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), I racconti (1958), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo (1963), Le Cosmicomiche (1965), Ti con zero (1967), Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), Palomar (1983). Il sentiero dei nidi di ragno (1947) è il suo romanzo di esordio.