Avere diciannove anni non deve essere mai stato facile, eppure oggi sembra un’impresa titanica. Ilaria è una giovane arrabbiata e ingenua, come tutti i giovani, ed è la protagonista dell’esordio di Ilaria Camilletti edito da Accento e in lizza per il Premio Strega grazie alla proposta di Fabio Geda. Cosa fare da grandi? Cosa significa “grandi”? Quand’è esattamente che scocca l’ora e si acquista la maturità necessaria per operare delle scelte se non lungimiranti almeno intelligenti? Questi sono gli interrogativi che ronzano nella testa di Ilaria, la quale nell’incertezza decide di prendere tempo: dopo la maturità passa i tre mesi estivi a lavorare all’Oasi, un locale di Ostia, posticipando la resa dei conti, per quanto possibile, a settembre.
Perché a diciannove anni sono troppo grande per Cattivissimo me, ma non troppo piccola per stare seduta a tavola dal lato dei grandi a parlare di politica?
L’Oasi ha un nome che vorrebbe evocare verdeggianti palmizi, ma quella che si trova davanti la protagonista è piuttosto una giungla: sudore, comande infinite e l’eterno dilemma tra Aperol e Campari. Al suo fianco, uomini e donne provenienti dagli angoli più disparati del globo e riuniti lì per lavorare: Syed, Alicia, Asif, Farid, Irina, Amin. Una carovana di disperati, anzi “non te lascio dire così di noi. Noi semo sperati”.
L’Oasi è una torre di Babele? Inaspettatamente no. Per quanto ognuno utilizzi l’italiano che conosce, sbagliato, storpiato, scorretto, all’Oasi ci si capisce e tutti si chiamano “amore”, perché “amore” va bene per tutti, è indeclinabile. Un gruppo sgangherato che Ilaria scopre essere molto più simile a lei di quanto si sarebbe aspettata il primo giorno di lavoro. D’altronde nemmeno Davide, il figlio adolescente del capo che passa i pomeriggi all’Oasi a fare i compiti con Ilaria o, quando lei non può, con ChatGPT, parla italiano: per lui solo romanesco. Un tipo simpatico Davide, forse troppo arguto per essere un ragazzino, ma certamente divertente.
I capitoli sono brevissimi, fanno quasi venire l’affanno, come i drink che si accumulano al bancone e che Ilaria deve portare ai tavoli senza tentennamenti, pena la rovinosa caduta di cocktail e bicchiere.
Sento l’amo che mi tira su, e io, spigola ansiogena, sto appesa.
L’esordio di Camilletti è una storia di formazione raccontata in presa diretta, con tutta l’immediatezza grezza e sporca di chi ci è dentro con tutte le scarpe in quelle sabbie mobili che sono gli anni della maturazione. Ilaria nella giungla finisce per essere il young adult che tutti vorrebbero scrivere, perché è vero, sincero, forte, senza alcun intento didascalico o moralistico. Parla ai giovani senza ridicolizzarli per le loro paure o le loro contraddizioni. A un pubblico maturo questo libro può generare qualche sbuffo, un’alzata di sopracciglio, perché i problemi veri sono altri. Ma a diciannove anni la paura per un futuro sempre più incerto è il problema: “Se solo avessi il coraggio. Se solo avessi il coraggio di scegliere e sbagliare”.
Se questo non fosse abbastanza, c’è anche la chicca: le poesie di Viola. Sono in rima, qualcuno potrebbe dire scolastiche, ma Viola ha tredici anni, si apposta davanti all’Oasi per vendere giocattoli usati, se non francamente rotti, e così conosce Davide. Queste poesie sono per lui, ma anche per noi.
Viola di campo
Viola di nome
Viola senza scampo
Viola forse muore
[…]
sono qui sotto
viva e sepolta
sotto ‘sto mostro
coi denti di stoffa
[…]
e non fa niente
anche se sto male
anche se la gente
non mi vede affogare
mi basta una poesia
che fa da salvagente
specialmente se è mia
se nessuno la sente
Casa editrice: Accento Edizioni
collana: Accento Acuto
pubblicato a: gennaio 2026
pagine: 264
Sull’autrice: Ilaria Camilletti nasce il 9 maggio 2005 a Siena, città in cui non vive neanche un giorno. Oggi studia Filosofia a Firenze.Ilaria nella giungla è il suo primo romanzo.

