Ci sono libri che raccontano una storia e altri che urlano, sfidando la nostra. Inaugura stanotte il secolo del bene appartiene con decisione alla seconda categoria. Vincenzo Montisano costruisce un romanzo che è insieme visione, profezia e discesa all’inferno.

Rinchiuso in un bunker della città di ***, Hugo Boll si confessa quasi in un flusso di coscienza a Karl, interlocutore misterioso. Gli racconta, tra le altre cose, la sua ultima, beffarda conversazione a senso unico con la salma del padre Marcel, affidata alle cure della tanatoesteta: è da questa commistione tra sacro e grottesco che un dramma familiare si allarga, fino a diventare radiografia di una società incapace di sostenere i propri paradossi.

*** è un organismo malato, che pulsa di luce e di corruzione. Da questo scenario iperilluminato e asfissiante si propaga una “febbre delle mutilazioni” che trasforma i corpi in sintomi di un male esistenziale: prima il disagio, poi la follia, poi la catena di suicidi di massa. Dalle crepe della realtà affiora il Luogo, sottostruttura infernale in cui le persone si mostrano senza maschere, nella loro indecente essenza. È lì che Hugo, come in un rito di conoscenza, affronta la verità del proprio tempo.

Nella valle che divide i costoni delle montagne ferrose, nell’incavo tra il seno e l’ascella di un’amante infame, tra le punte di due ginocchia in sala parto, al centro esatto di un anello che la nudità dell’occhio non può cogliere, alla congiuntura perfetta tra la mia volontà e quella degli altri, a dispetto degli scarti, di tutti i rancori possibili, al netto di ogni sciagurato desiderio che cova nelle pozze del risentimento di un animo: lì si trovava il Luogo, in una qualsiasi di queste immagini che avevano preso a girarmi in testa.

Attorno a Hugo orbitano due figure femminili speculari, Alice ed Estrella, incarnazioni esteriori di una scissione che non potrà mai trovare una conciliazione interiore. Alice, giovane della buona società, lucida e spietata, è la voce dell’arrivismo e della vanità; Estrella, donna ai margini, è invece portatrice di un sapere oscuro, spirituale, in contatto con il Luogo e con ciò che vi pulsa. In loro si specchiano il corpo e lo spirito, la menzogna e la rivelazione, il desiderio e la colpa.

Scorrendo su una lingua raffinata e tagliente, tesa come un metallo, carica di un livore che non esplode mai ma ribolle in profondità, la prosa di Montisano si contorce su sé stessa, si spezza, si moltiplica. È un linguaggio malato, infettato dalla stessa consapevolezza che divora i personaggi. 

L’aria salmastra giovava alle diverse ragioni del mio stordimento. Le luci delle strade gozzovigliavano in lontananza. Non una stella. Sulla battigia fui sbranato dalle fauci del cielo: un’incerata nera, dalla riva fin dietro gli orecchi.
Sotto quel manto luttuoso, biancheggiava di tanto in tanto la timida cresta di qualche onda ribelle. Il mondo reale s’era dileguato. Dal punto più interno di quell’oscurità primordiale, non potevo credere che il giorno dopo, sui giornali nazionali, si sarebbe parlato del massacro del porto ipotizzando prima un efferato omicidio, poi uno scherzo adolescenziale finito in tragedia e, per ultimo, la condotta malevola di una setta dai dubbi presupposti morali. Le autorità archiviarono rapidamente il caso. Almeno fintantoché le mutilazioni e i suicidi non si trasformarono in un’emergenza di pubblico dominio.

Sotto l’impianto visionario, Inaugura stanotte il secolo del bene custodisce una riflessione filosofica limpida e spietata: la critica al Bene come ideologia totalizzante, capace di contenere e legittimare il Male al proprio interno. Montisano mostra come ogni pretesa di purezza, ogni ambizione morale assoluta, finisca per produrre mostri. È una visione che rimanda, in filigrana, a De Sade: non nel compiacimento dell’osceno, ma nella consapevolezza della crudeltà come linguaggio politico. “Certi modi di dire rivelano tutta l’indecenza del linguaggio”, scrive, ed è in questa indecenza che si consuma la più lucida forma di conoscenza.

Inaugura stanotte il secolo del bene è un romanzo spigoloso, a tratti respingente, ma capace di restituire una vertigine rara: quella di un’umanità che, nel tentativo di non vedere e non sentire ciò che accade al suo interno, si rende sempre più immune al dolore, fino a ricercarlo come unica forma possibile di risveglio. Montisano scrive come chi tenta un esorcismo, e chi legge deve impegnarsi sul serio se vuole restare in un confortante sonno.

 


Casa editrice: Wojtek edizioni
Collana:Orso Bruno
Pubblicato a: ottobre 2025
N. pagine: 150

Sull’autore: Vincenzo Montisano, calabrese classe 1988, con il romanzo Inaugura stanotte il secolo del bene è stato finalista al Premio Neri Pozza e ha pubblicato nel 2024 Logica degli incendi (industria & letteratura). Fa parte dei collettivi di scrittori Nucleo Kubla Khan e La Masnada. Ha scritto su varie riviste online tra cui: L’Equivoco, Pangea, Atomi – Oblique, Rivista Blam!, L’Appeso e micorrize.