«Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali». Questo estratto di una lettera di Machiavelli a Francesco Vettori potrebbe essere la fotografia più fedele di Indelicacy, romanzo d’esordio di Amina Cain. Come il segretario fiorentino che si sottrae alla realtà quotidiana per rifugiarsi nei libri, anche la protagonista del romanzo trova nella scrittura uno spazio altro, una dimensione capace di sospendere le costrizioni della vita e di trasformarle in immaginazione.
Vitória lavora come addetta alle pulizie in un museo, ha pochi soldi, nessuna particolare prospettiva e una sola certezza: il desiderio di diventare scrittrice. Terminato il turno, riempie quaderni di annotazioni e riflessioni, spesso ispirate ai dipinti che osserva ogni giorno. Le opere esposte nelle sale non rappresentano soltanto uno sfondo, ma diventano presenza viva e attiva che modella il suo sguardo sul mondo e alimenta la sua vocazione letteraria.
Volevo scrivere di dipinti, ma nessuno pensava avessi qualcosa di interessante da dire sull’arte. Nessuno pensava avessi qualcosa da dire su nulla, e tantomeno da pubblicare.
Quando incontra un uomo ricco e gentile inizia a frequentarlo e poi lo sposa. Non sembra una scelta dettata dall’amore, ma il matrimonio appare principalmente come un’opportunità: quell’unione potrebbe offrirle qualcosa che ha sempre desiderato: il tempo. Tempo per scrivere, per leggere, per dedicarsi completamente alla propria aspirazione. Eppure è proprio a partire da questo momento che il romanzo prende una direzione inattesa.
Cain evita la più rassicurante delle narrazioni e il desiderio, infatti, non trova necessariamente un compimento. Una volta ottenuta la libertà economica e il tempo necessario per scrivere, Vitória non appare più felice ma, al contrario, sembra smarrire progressivamente sé stessa. La nuova vita, comoda e sicura, la priva di quella tensione che fino a quel momento aveva alimentato i suoi sogni. La scrittura resta al centro della sua esistenza, ma non riesce a colmare il senso di mancanza che continua ad accompagnarla.
Forse lui era riuscito a scorgere la mia ambizione, per quanto astrattamente, e ne era rimasto affascinato. Quando gli dissi che volevo fare la scrittrice, però, cercò di dissuadermi.
È qui che Indelicacy rivela il proprio nucleo più interessante: Cain suggerisce che il desiderio non si esaurisca mai nel suo soddisfacimento e anzi, ciò che si immagina come approdo finisce per diventare la causa della propria inquietudine. Vitória non smette di cercare, cambia oggetto della propria insoddisfazione, mantenendo sempre viva la sua tensione esistenziale che coincide con quella narrativa.
L’autonomia economica e la libertà sono conquiste fondamentali, ma Cain mostra come queste non siano sufficienti a garantire una piena realizzazione. La libertà in Indelicacy sembra essere una condizione ambigua: necessaria, ma capace di generare nuove forme di solitudine e di spaesamento.
Un libro caratterizzato dalla voce della protagonista e dallo stile dell’autrice: essenziale ma ricercato, minimale. I pensieri annotati nei quaderni, le osservazioni sui quadri e le riflessioni dei sogni che vorrebbe far avverare costruiscono una narrazione che procede più per impressioni e immagini che per eventi. Cain costruisce una sorta di ekphrasis narrativa in cui le immagini invadono la vita e la vita stessa assume la consistenza sfuggente dell’arte. Ne nasce un romanzo atipico, elegante e sottile in cui il lettore si ritrova coinvolto, trasportato dagli eventi a cui assiste.
Titolo: Indelicacy
Autrice: Amina Cain
Casa editrice:Atlantide / Farrar Strauss & Giroux
Traduzione: Ilaria Oddenino
Pubblicato a: marzo 2026 / febbraio 2020
N. pagine: 144 / 161
Sull’autrice: Amina Cain, americana, è autrice di due raccolte di racconti e un libro di saggistica, A Horse at Night: On Writing. Indelicacy è il suo primo romanzo.

