Ogni fine contiene in sé il germe di un nuovo inizio, e non fa eccezione il fulminante esordio di Michele Ruol: la storia di Madre e Padre inizia proprio da una fine, racchiusa in una “cornice in argento, 15x22cm”.

“La foto dei ragazzi sul tavolino nell’ingresso è la stessa che avevano usato per la lapide”.

Un incidente d’auto, la morte di Maggiore e Minore, i due superstiti rimasti a fare i conti con il vuoto straziante lasciato dai figli, figure in controluce onnipresenti tra le pareti della loro dimora e, man mano che il tempo passa, con tutto ciò che le scelte di vita, la routine di coppia e poi quella familiare hanno dato e tolto alla loro esistenza. Soprattutto con un dolore assoluto, che “(…) macchia quello che sfiori; rimane anche quando non ci sei.”

I primi passi all’interno di Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia riecheggiano molto per via del grande silenzio. È da subito evidente il contrasto impietoso tra i 99 oggetti inventariati che danno il titolo ai brevi capitoli del libro, dotati di caratteristiche specifiche, colori, misure, silenziosi contenitori di vita, e le persone, prive di nomi propri e di tratti specifici, catalogate in base alle funzioni assolte in famiglia, al lavoro, nel mondo e al contempo annichilite dalle stesse. È come se l’allestimento di scena rubasse i riflettori agli attori, rivelandoci la storia con un quid di intimità in più di cui non sapremo mai se questi ultimi sarebbero stati capaci.

Con uno sguardo puro, privo di patetismi e per questo così potente, la scrittura di Ruol guida chi legge in un percorso di rimandi che non segue la cronologia degli eventi, ma piuttosto un fil rouge emozionale, dove ogni oggetto evoca un ricordo che lo collega a un altro e lascia trasparire il vissuto di chi ha interagito con esso. È così che, in una sorta di simbiosi, un accendino che non si trova, un servizio da tè rimasto dispari dopo che una tazza è caduta e si è rotta o un tappeto rosso e blu su cui qualcuno si è sdraiato in un momento di profonda tristezza diventano figure centrali, mentre i personaggi vengono talvolta sottoposti a un’oggettificazione che li rende paradossalmente più umani:

“I danni erano evidenti: rughe profonde erose dalle lacrime e occhiaie come macchie di muffa verdognola. Ma bastava una mano di fondotinta, perché a uno sguardo superficiale sembrasse tutto a posto.”

La voce di Ruol fa appello al linguaggio delle cose, un linguaggio che tutti conosciamo molto bene e che parla a tutti con la stessa intensità, nonostante le diverse inflessioni di ognuno. Lo fa con garbo spietato e con misura dolorosa, ma sempre con assoluta semplicità.

“Non c’era altro; tenerezza, affetto, intimità erano suppellettili da guardare con sospetto in casa d’altri.”

È possibile, dopo una così grave perdita, convivere con l’assenza e arrivare a perdonarsi? È possibile per Padre e Madre tornare a immaginare un futuro e iniziare ad essere autentici nel loro rapporto? Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia non è solo la storia di un lutto, ma anche una storia di speranza e di rinascita. Il fulcro della narrazione è il buco nero del passato, la voce narrante ci parla da un presente in cui anche Madre e Padre sono ricordi lontani, eppure tra le mille domande che questo romanzo ci pone germoglia una possibilità: “(…) tutto quello che fa il tempo è concedere di assistere a nuove fioriture a chi ha la pazienza di aspettare.”

 


Casa editrice: TerraRossa Edizioni
Collana: Sperimentali
Pubblicato a: aprile 2024
N. Pagine: 208

Sull’autore: Michele Ruol, di professione medico anestesista, scrive per il teatro e ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie «Inutile» ed «Effe – Periodico di Altre Narratività», oltre che in raccolte a più voci. Il testo Betulla, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano per il podcast Abbecedario per il mondo nuovo, è stato pubblicato nel libro omonimo edito da Il Saggiatore. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è il suo esordio come autore di narrativa, vincitore della trentunesima edizione del premio Giuseppe Berto e della nona edizione del premio Fondazione Megamark.