Agli occhi di Caterina il mondo intero è poco più grande di uno spuntone di roccia: un’isola di pietra e sassi, circondata da un mare che in pochi hanno attraversato e che inchioda quanti la abitano a un destino da cui è difficile scardinarsi.
Marta Lamalfa ambienta il suo primo romanzo ad Alicudi, nel 1903, e ci accompagna attraverso le storie di morte e povertà della famiglia della protagonista, tessendo la trama fitta di una vicenda che chiede tempo, al lettore, per districarvisi e si muove tra legami di sangue, miseria, evasione e desiderio di riscatto.
Nell’età che preannuncia l’adolescenza, Caterina perde la sorella gemella, Maria, da tutti amatissima. Più spavalda, più irriverente, Maria era per Caterina lo specchio in cui riflettersi. Con la sua scomparsa improvvisa, invece, toccherà a lei sola imparare a conoscersi e riconoscersi, sperimentando l’ebbrezza vertiginosa di domandarsi chi si vuole diventare senza più nessuna guida sicura a indicare la strada.
“Caterina si sente il respiro mancare. Vuole tornare su. Ma la parete d’acqua è diventata solida. Bussa per romperla. Vede dall’altra parte Maria, dall’altra parte che la guarda. Maria sorride e ha gli occhi rossi. È Caterina, ora, il riflesso. (…) Per un attimo, pensa di essere nel corpo di Maria. Poi si riconosce le mani, i nei. E nell’acqua, anche lì si riconosce. Si guarda da vicino, come non aveva fatto mai.”
Nella luce abbacinante di una terra assolata e desolata, scabra, povera di nutrimento, di tenerezze e di perdono – che Lamalfa mostra vividamente, con parole semplici e immagini potenti – la famiglia degli Iatti si ritrova con un lutto da affrontare, due braccia in meno per lavorare e un altro bambino in arrivo: mesi difficili, in cui il bisogno e la fame lasciano a Caterina lo spazio vuoto per un movimento verso la scoperta e l’affermazione di sé, mentre la giovane madre si annienta tra dolore e stanchezza e vanno poco a poco in pezzi gli equilibri che avevano retto le sorti della sua famiglia allargata sino a quel momento.
Toccherà a Caterina, poco più che bambina, lavorare nei campi come un uomo, per sopperire alle mancanze del fratello più piccolo, dalle gambe inadatte alla fatica e alla campagna. Toccherà a lei, tornata dai campi, aiutare la madre nelle faccende di casa, nutrendo e accudendo il padre, i fratelli, il nonno e due bisnonni. Ma le risorse della famiglia sono agli sgoccioli e da settimane ormai l’unica farina rimasta è la tizzonara, una segale nerissima perché, si sarebbe scoperto più tardi, infestata da un fungo allucinogeno che in quegli anni provocò visioni e allucinazioni negli abitanti di Alicudi che l’avevano mangiata.
“Non è la creatura il problema” dice l’erbaiuola, continuando a guardare Cecio. Tutti si girano verso Palmira. Lei abbassa la testa. “No, no, neanche la madre” continua, mentre sembra pesare con le braccia Cecio. “È il pane. Voi non datele più il pane, il pane nero, quello bianco se potete va bene” dice ora con tono sbrigativo. “Ve lo avevo detto, che quelle tizzonare vi stavano togliendo la testa, che quella sera il pane mi ha fatto sentire i morti e le catene” dice Pino il catananno. “Non avevo ragione?”
Alterata dagli effetti di una memorabile allucinazione collettiva, con il corpo portato allo stremo dalla fame e dalla fatica, a Caterina resta poca energia persino per sognare, eppure germoglia in lei un desiderio: essere come le majare, le donne che, a detta dei vecchi dell’isola, di notte prendono il volo, nude e potenti, forti come amazzoni e soprattutto libere.
Diventare una di loro è il pensiero che accompagna le sue notti e l’immagine ricorrente delle sue visioni – visioni che da quel momento in poi, come un contagio, popoleranno le menti di tutti gli altri, in famiglia, ognuno con i propri mostri e i propri scontenti.
D’altra parte è per immagini che si compie la scrittura di Lamalfa, sia quando si tratta di mostrarci la bellezza spietata, disumana e pre-umana dell’isola sia quando si tratta di imprimere fotograficamente nella memoria di chi legge le figure di una storia corale come una grande e amara danza.
Fino al passo finale: una figura leggera, potente, decisa a liberarsi dal proprio destino.
Casa editrice: Neri Pozza
Collana: Bloom
Pubblicato a: maggio 2024
N.pagine: 320
Sull’autrice: Marta Lamalfa. Classe 1990, è nata in Calabria e vive a Roma.
Laureata in Lingue mediorientali, ha studiato pianoforte e si è specializzata in Editoria e scrittura.
Ha frequentato il laboratorio annuale della Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi.
Il suo L’isola dove volano le femmine è stato tra i segnalati della 36ma edizione del Premio Calvino.

