Quarantasette giornate, durante una quaresima in cui tutto sa di profano ma che alla fine sancisce un piccolo grande miracolo, è l’arco temporale disegnato dalle pagine traboccanti di originalità di Fiammetta Palpati.
La casa delle orfane bianche è un esordio unico, multiforme, incatalogabile, vincitore del premio Campiello Opera Prima, del premio POP e del premio Clara Sereni, ma – è bene ricordarlo, per l’assurda parabola – rifiutato per sette anni prima di trovare la giusta accoglienza nella collana Fremen curata da Giulio Mozzi per Laurana Editore. Eppure in parte non sorprende, perché i temi trattati da Palpati sono scomodi, si parla del dovere filiale nell’accudimento dei genitori anziani, di malattia mentale, ma soprattutto di madri egoiste incapaci di amare, vecchie madri-bambine che pretendono cura e protezione dalle figlie, orfane di madri anche se ancora in vita: orfane ‘bianche’.
“Ci si può offrire per chi ti ha amato, cresciuto, ha detto sì per te: è una restituzione.
Sacrificarsi per chi ti è stato nemico si chiama santità.
Tutto il resto è una prigione.”
Non c’è però ombra di drammi forzati, di giudizi morali o tantomeno di pathos; l’autrice sovverte il tradizionale impianto della prosa romanzesca strutturando il racconto in due atti inframmezzati da “un intervallo galante” – come se il lettore dovesse accingersi ad assistere a una pièce teatrale – e lo anima di uno stile caleidoscopico e arguto, con un linguaggio raffinato e vernacolare, inusitato e moderno insieme, muovendosi senza soluzione di continuità sul terreno del tragicomico, vibrante di grottesco e di humor nero. Si (sor)ride, ci si commuove e molto si riflette mentre questa commedia dolceamara si dipana davanti ai nostri occhi.
Siamo ad Amelia, in un paesino dell’Umbria, nei tempi odierni, nel mercoledì delle Ceneri. Uno sguardo ai dettagli del panorama collinare, prima di lasciarsi alle spalle il mondo di fuori. L’unità di luogo tipica dello spettacolo teatrale è ricreata nel salotto in cui vengono piazzate tre ingombranti e nuovissime poltrone automatizzate: tutto si svolge qui e ciò che avviene altrove ci viene riportato attraverso un io narrante-osservatore che man mano accorcia le distanze sia dalla rappresentazione sia dal pubblico dei lettori-spettatori, quasi fondendosi con questi ultimi, per diventare ben presto un ‘noi’.
Le attrici: tre donne di mezza età, Natalia, Lucia e Germana uniscono le forze vivendo insieme sotto lo stesso tetto con le rispettive madri anziane e malate, Pina, Felicita e Adele, in un moderno progetto di co-housing, un sodalizio, o forse, “Di più: un gioco”.
“La cosa pareva sensata. Dapprincipio”.
“Poi prese il suo verso, come tutto”.
“Chi nasce tondo non muore quadrato”.
“E comunque, quando arrivò la terza, la porta fu chiusa”.
“Fu chiusa”.
Che le cose non andranno come sperato si capisce fin da subito e non se ne fa mistero. Le figlie si spartiscono i compiti, cercano di guadagnarsi un brandello di libertà contando sulla solidarietà reciproca, si prendono cura delle madri, di un cane zoppo e infido bisognoso d’affetto, persino di una damigiana, salvata dall’oblio dello scantinato e trattata come una bella dama di compagnia. Soprattutto tentano di rimettere in sesto la casa, vecchia e in sfacelo anch’essa, piena di ciarpame, sporca e maleodorante.
Comunque si suda.
I cavalli sudano, dice – rimprovera – l’etichetta.
La signora etichetta. Gli uomini traspirano – prosegue – e le donne, invece, sono semplicemente accaldate.
E le damigiane, di grazia?
Le damigiane fanno condensa.
Nonostante gli sforzi, niente è sotto controllo, rabbia, risentimenti, antiche ferite ammorbano l’aria come le puzze nauseabonde della papera guasta scordata a frollare in cantina, che quello che si tenta di dimenticare e mettere da parte inevitabilmente marcisce se non lo si affronta. Poco prima che la situazione precipiti, le figlie cercano un aiuto esterno e aspettano fiduciose una badante ma al suo posto si presenta la sedicente suor Modestina – una barbona o forse una santa? – di sicuro un’altra madre di cui occuparsi, che va a stanziarsi monolitica su una delle poltrone automatizzate a richiedere cibo e attenzioni. È tuttavia lei, con i suoi modi spicci e senza fronzoli, a squarciare di colpo il velo della verità:
Lucia: “Non comandiamo suor Modestina. Noi guidiamo. Le nostre madri bambine.”
“Madri bambine, bene. Da quando?”
Si guardano, Illuminazione!
In coro: “da quando siamo nate noi!”
“Allora voi siete come orfane, giusto?
Benedette figliole. Benedette fanciulle con le lenti da vicino e le vene varicose, possibile che non capiate? Le orfane bianche siete voi.”
Una presenza indesiderata, sospetta, destabilizzante. Ma dalle orfane non viene cacciata bensì accolta, lavata, nutrita; nell’accudimento di questa quarta madre riconosceranno infatti se stesse, conquistando una consapevolezza tanto dolorosa quanto necessaria, nel tentativo di colmare dei giusti significati un vuoto impossibile da riempire con quelli artificiosi di un rapporto filiale inesistente e di cercare amore laddove non può essercene.
Le orfane sono eroine di una tragedia. Desiderare vendetta nei confronti di chi ci ha generati è un abominio. Uno stigma. Esse devono perdonare il loro aguzzino. Tenerlo in vita. Non meritano il nostro scherno.
Da questo punto in poi le figlie si confessano – Palpati camaleontica cambia di nuovo registro e forma, con una prosa intima, diretta – raccontando gli antefatti del proprio dolore, per un attimo non più attrici sulla scena, ma persone che hanno gettato la maschera. Ma d’altra parte discernere la finzione dalla realtà è un esercizio vacuo e l’autrice ce lo mostra a più riprese nel romanzo, giocando con il lettore attraverso interventi metanarrativi, talvolta sottili o più evidenti, come nell’intervallo tra i due atti, quando tra il pubblico troviamo Lucia, il personaggio più complesso e ricco di sfumature del romanzo.
Infine, con la morte di Adele, la più fragile delle madri, la veglia funebre – sotto consiglio della suora bislacca – si tramuta in un’occasione di festa nel giorno di Pasqua: un banchetto a cui partecipa gioiosamente tutto il vicinato, a ricordarci che il perdono è un atto di incontro, che la rinascita forse può avvenire ma solo dopo aver riconosciuto la matrice della propria sofferenza.
Anche il male è una relazione, come il bene; e nella relazione che lo riconosce, lo nomina, lo ricorda, può esserci la sua cancellazione. Chiedere perdono è, dunque, volersi incontrare per riconoscere il male – riconoscimento, non pentimento.
Ma questo male qui, senza colpa, chi lo riconosce?
Chi se lo prende sulle spalle?
Chi gli dà il nome?
Si può dimenticare ciò che non ha un nome?
In fondo non c’è un lieto fine, neanche le ferite di Madre Modestina guariscono – chissà che non siano stigmate – eppure qualche effetto prodigioso l’hanno sortito.
Il sipario cala sul salotto delle orfane bianche ma non sulla storia di Natalia, Lucia e Germana; dovranno scendere dal palco e continuare a vivere, in un modo o nell’altro.
Casa editrice: Laurana Editore
Collana: Fremen
Pubblicato a: gennaio 2024
N. pagine: 376
Sull’autrice: Fiammetta Palpati è nata a Roma dove si è laureata in Letterature comparate. Vive ad Amelia, nella campagna umbra, dove ragiona, insegna e scrive di paesaggio e letteratura.

