Tornare a casa può avere molti significati. Ma quando da quella casa ci si era allontanati portando con sé una frattura profonda, non è semplice riavvicinarsi e soprattutto riconoscere davvero come proprio il luogo in cui si è cresciuti. Lo racconta con vividezza Açelya Yönaç – autrice nata a Istanbul e da diversi anni “nomade” tra New York e Milano – nel suo esordio in lingua italiana La Casa Turca, pubblicato da Neri Pozza. 

Adena è una scrittrice affermata che torna a Istanbul, dopo venticinque anni trascorsi tra Europa e Stati Uniti, per ricevere un importante riconoscimento alla carriera.
La osserviamo durante il viaggio e presto cogliamo la sua inquietudine: intuiamo che non è davvero felice di tornare, almeno non del tutto. La città della moschea blu l’accoglie con i rumori e gli odori di sempre, almeno in apparenza, ma attutiti subito da un’atmosfera inattesa: siamo nel mese di maggio, e nella città turca nevica. Una coltre che avvolge e attutisce la memoria e le cose e che accompagna chi legge in un mondo sospeso e rarefatto che accompagnerà tutto il romanzo.  

La neve, a maggio, sono lacrime piene

Gran parte della permanenza a Istanbul di Adena sarà impegnata dalle incombenze del premio, a partire dalla lunga e insidiosa intervista televisiva con Azra, giornalista turca che ha scelto non solo di restare in patria, ma di rispettarne le tradizioni, indossando orgogliosamente il velo. Due donne allo specchio che vedono, l’una nell’altra, quello che sarebbero potute diventare se avessero fatto una scelta di vita diversa.

Non abbiamo deciso di nascere in famiglie diverse. Ma se dovessi scegliere, sceglierei la nostra. Non potrei accettare il ruolo secondario della donna nella vita. Chiedere permesso agli uomini, celare il mio capo e nascondere i miei capelli per mostrarmi pura e degna, o proteggermi? E le bambine sposate a uomini di sessant’anni? Non esiste protezione più fragile di un velo, prende il volo con una folata d’aria, neanche di vento.

La condizione femminile nei paesi islamici viene trattata dalla scrittrice attraverso il racconto di storie tramandate delle donne ottomane, storie di libertà e sottomissione, di amore e di morte. Il passato come monito del presente, ma anche, forse, una difficoltà di Adena ad affrontare l’oggi.

Dominiamo, sorelle, ognuna attutisca i colpi con il proprio racconto.

Il passaggio più doloroso nel ritorno a casa è quello che porta la protagonista a rivivere un passato dove qualcuno, un uomo nero, le ha fatto del male ferendo la sua adolescenza. Quello stesso passato in cui la sua città e i suoi affetti sono stati mutilati da un devastante terremoto (quello del 1999), in seguito al quale i suoi genitori decideranno di partire senza guardarsi indietro. L’addio a Istanbul ha allontanato per sempre Adena dall’amato fratello Erol, giornalista attivista rimasto in patria a combattere per la libertà, contro i voleri della famiglia. Lo struggente epistolario disseminato lungo tutto il romanzo ne è forse la sua parte più intensa.

Ora sono dall’altra parte a riposare, ti lascio in pegno il mio cuore per amare ed essere amata, e perché la paura non copra più le tue strade. Scriviti un finale felice. Non serve chiederti scusa, dovevo proteggerti, mia piccola luce. E ora chi è, il vero vigliacco?

I giorni del ritorno a Istanbul si susseguono complicati e stranianti. Il profondo legame con le origini, in contrasto con una distanza divenuta incolmabile, vengono trasmessi con efficacia attraverso immagini fortemente simboliche, come quella del gatto nero senza una zampa che Adena sembra vedere ovunque. Nelle sue lunghe notti inquiete, in un bizzarro locale di poeti, condividerà con il malinconico Demet, una sintonia di anima e di disperazione. Con lui parlerà spesso di morte. Perché Adena sa che andrà via di nuovo, ma che è in Turchia che vorrà essere sepolta.

Ha un solo pensiero, contenere le sue agitazioni, segregare le sue opinioni, ritornare in Europa dopo avere trovato un rifugio per la morte, una casa eterna, dove affiggere il suo nome e tramandare il ricordo. Tutta la vita come il vento, quando sarà stanca è qui che vuole riposare.

In un romanzo che non vuole essere un memoir ma che porta grandi tracce di vissuto personale, la protagonista si racconta in terza persona guardandosi dall’esterno e poi passa alla prima, con un gioco sofisticato che fa un po’ perdere a chi legge l’empatia con la voce narrante.  La stesura è volutamente frammentaria, un montaggio per immagini cinematografiche dove vediamo la protagonista sempre in scena, in situazioni, posture e stati d’animo altalenanti, in un’ atmosfera che ricorda Cose che succedono la notte di Peter Cameron, ambientato nel Grande Nord, o l’indimenticato Cielo sopra Berlino di Wim Wenders. È un esordio che mostra una grande consapevolezza dell’autrice, che nonostante il linguaggio poetico sa mostrare il dolore senza farcelo provare fino in fondo, attraverso una Istanbul lontana dall’immaginario comune.

Mi chiedono perché sono stata via tanto tempo, nessuno perché sono tornata.

 


Casa editrice: Neri Pozza
Pubblicato a: giugno 2026
N. pagine: 208

Sull’autrice: Açelya Yönaç è nata in Turchia nel 1978 ed è cresciuta, nomade, fra Istanbul, Milano e New York, dove ha studiato scrittura creativa. Performer e copywriter, ha pubblicato racconti, fra le altre, nella rivista online La Balena Bianca. La Casa Turca è il suo romanzo d’esordio, scritto in italiano.