Due donne si guardano dalle poltrone di uno studio di terapia: sono due sconosciute, nulla del loro aspetto o della loro storia potrebbe far pensare a un terreno comune. Da una parte c’è Mickey (nome di battesimo: Michelle), maestra d’asilo che ama il suo lavoro e i piccoli umani di cui deve occuparsi tanto quanto ama la vodka nella fiaschetta che nasconde in borsa; dall’altra c’è Arlo (all’anagrafe Charlotte), giovanissima e brillante psicoterapeuta con un guardaroba firmato e un funerale da gestire, quello dell’adorato padre. Eppure c’è qualcosa che le lega: proprio quel padre, crudele per la prima e senza macchia per la seconda, il quale, per via di una clausola nel testamento, le costringerà a incontrarsi. Le due però sono inizialmente ignare della parentela che le unisce e saranno proprio le sedute di terapia insieme a smascherare il gesto, meschino più che amorevole, del genitore sul letto di morte.
Queste le premesse (e c’è da chiedersi se così tante informazioni già dalla quarta di copertina non rischino di rovinare in parte il piacere della lettura). Si potrebbe pensare che La figlia preferita sia un romanzo troppo costruito, in cui troppe coincidenze vanno a inquinare il realismo della narrazione. Eppure basta poco per fugare ogni dubbio: l’umorismo, spesso nero, nerissimo, con cui le due protagoniste affrontano gli eventi è ammaliante, divertente e le pagine scivolano via con una tale naturalezza che senza accorgersene si è già a metà del libro.
Quando un comportamento sconsiderato le fa perdere il lavoro e l’alcol prende la totalità delle sue giornate, Mickey si muove come un animale braccato: “Poteva essere una persona che si occupava dei bambini, e anche una che si portava dietro ovunque una bottiglia di vodka? Che teneva d’occhio l’orologio tutto il giorno, contando i minuti che la separavano dal primo drink delle cinque?”. Si era sforzata una vita intera di non diventare come il padre, un alcolista che ha abbandonato la madre e lei quando non aveva ancora dieci anni, eppure eccola lì, non troppo diversa da lui.
Mickey aveva deciso da molto tempo cosa pensare di suo padre, quando ci pensava, cioè praticamente mai.
Se per Mickey è stato il peggior genitore del mondo, Arlo al contrario è convinta di aver avuto un padre amorevole, presente, prodigo di affetto e sostegno per lei, al punto di non essere in grado di vedere la morbosità del rapporto che hanno avuto. Nel ricordare le costanti cure che ha dedicato al padre nei momenti finali della malattia, Arlo però deve ammettere che “[…] lo aveva fatto allo scopo di conservarsi il posto numero uno per lui, come se il suo cuore fosse un appezzamento di terreno che doveva occupare in continuazione, per evitare che arrivasse qualcun altro a portarglielo via”.
Il doppio è sicuramente un tema del romanzo, tanto che Morgan Dick, alternando capitoli dedicati a Mickey e ad Arlo, costruisce una sorta di doppia elica che si avvita sempre più, fino al punto in cui le esistenze delle due donne collidono, rivelando le loro vere identità e quindi il loro legame di parentela. Questa parabola permette di vedere come le due donne, a prima vista così diverse, e che si impegnano tanto nel raccontarsi questa diversità, condividano esistenze molto simili: entrambe sole, senza amici o rapporti sentimentali rilevanti, legate al lavoro con la stessa disperazione di un naufrago a un tronco in mezzo al mare. “La vita era un impegno solitario”, sostiene con convinzione Mickey.
E proprio attraverso i ricordi diametralmente opposti di Mickey e Arlo che chi legge può provare a ricostruire l’immagine del padre. Sì, perché il romanzo prende avvio dalla sua morte (l’incipit lo dice chiaramente: “Mickey scoprì che suo padre era morto grazie al necrologio”) e, per quanto le sue azioni, le sue ultime volontà, costituiscano l’epicentro narrativo della storia, il lettore non potrà mai avere conferma di come fosse realmente Adam Kowalski.
Gli sforzi delle figlie si dimostrano vani, in un certo senso, perché Morgan Dick sembra suggerire quanto sia imprudente cercare di sovrapporre ricordo e verità. Ognuna delle due donne ha selezionato momenti del proprio vissuto col padre, salvandoli dall’oblio, e su quelli ha costruito l’immagine del genitore; tuttavia, entrambe queste ricostruzioni si rivelano fallaci, false, o almeno non completamente vere, costringendo entrambe ad ammettere che il padre era “gentile e crudele, premuroso e noncurante.” Una verità univoca è impossibile.
Titolo: La figlia preferita / Favourite Daughter
Autrice: Morgan Dick
Casa editrice: Fazi editore / Penguin Books Ltd.
Traduzione: Silvia Castoldi
Pubblicato a: maggio 2026 / maggio 2025
N. pagine: 372
Sull’autrice: Morgan Dick, canadese, ha ricevuto grazie ai suoi racconti una nomination al Pushcart Prize. Di solito la si può trovare a fare escursioni sulle Montagne Rocciose, a sfrecciare con gli sci di fondo o a inventare storie con i suoi nipoti, i migliori scrittori in assoluto. La figlia preferita, in fase di pubblicazione in otto paesi, è il suo romanzo d’esordio.

