Giulio Somazzi, sceneggiatore e autore televisivo, approda alla narrativa con La mia personale idea di inferno, Accento Edizioni, per smontare con ironia e ferocia i rituali della borghesia autoreferenziale e imbalsamata della “Roma bene”.
Nei tre capitoli lunghi che compongono il romanzo – tre scenari autonomi: un hotel, un funerale, una festa – Somazzi riesce a portare sulla pagina il passo asciutto e visivo della scrittura per lo schermo.
Damiano Rodetti, giornalista culturale e aspirante scrittore, aspetta Isabelle Huppert nella hall di un hotel di lusso per un’intervista. Nell’attesa, più lunga del previsto, improvvisa un pranzo una vecchia amica che non sa dire di no a un menù stellato, e scopre che Lidia si sarebbe sposata proprio quel pomeriggio. Lidia il suo grande amore, Lidia che era ricomparsa dodici ore prima per passare la notte con lui.
“C’era poco da dire: Damiano era stato truffato, Damiano era stato ridicolizzato, Damiano era stato coglionato. Damiano era Chazz Palminteri alla fine dei Soliti sospetti”.
Giovane privilegiato figlio di una Roma Nord che considera il Pigneto “esotico come un suk in piazza Tahrir”, e di una madre ansiosa e “terrorizzata dal giudizio altrui”, Damiano è “abituato al fatto che le cose letteralmente gli citofonassero invece di dover andare in giro per ottenerle”. Eppure decide di abbandonare il suo stato d’inerzia per far saltare il matrimonio di Lidia, quando la suddetta madre lo chiama: Paola è morta.
Il funerale di Paola è il detonatore che obbliga il protagonista a riattraversare le dinamiche più buie e contraddittorie della sua infanzia, vissuta in una ristrettissima cerchia di “abusivi della sua vita affettiva”. Ed è anche il momento epifanico di Damiano che infatti ritroviamo anni dopo, scrittore affermato, a un esclusivo e imperdibile party, accompagnato dalla giovanissima fidanzata-attrice-emergente. La ragazza è convinta di trovarsi in “…una specie di variante capitolina di Eyes Wide Shut”, e invece a fine serata, ubriaca e delusa, si farà portatrice di una scomoda verità:
“Stiamo in mezzo a certe teste de cazzo che non ti so dire […] ’sta festa de Fine Estate sembrava chissà che cazzo era! Invece è un ritrovo de vecchi che si sentono stocazzo!”
Ma tanto, chi nasce dentro quella bolla sociale non si accorge nemmeno di abitarla e finisce inevitabilmente per subirne i codici, anche quando crede di rifiutarli; le verità scomode vengono spesso ignorate e rimpiazzate da dinamiche collettive e familiari.
“Del suo alcolismo, accennato o radicato, nessuno avrebbe parlato mai: ignorare l’oscurità era un cardine della politica di quel gruppo di amici”.
Nonostante inciampi talvolta in alcuni tic di scrittura, la voce di Somazzi è ironica, tagliente, rapidissima nel colpire i difetti e le miserie di almeno un paio di generazioni e ricorda, per ritmo e capacità di disinnescare i drammi con l’umorismo, certi autori americani di tradizione ebraica. Strizza l’occhio al libro di esordio di Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, e se non per temi sicuramente per l’ambientazione, a La grande bellezza di Sorrentino.
Si avverte poi una vena di compiacimento in un gioco di specchi tra autore e protagonista che rischia di sembrare più una manifestazione di volontà che un colpo narrativo convincente.
L’inferno di Damiano è “personale”, ma a ben vedere su quasi tutti i personaggi, giovani e meno giovani, incombe l’ombra lunga di rapporti familiari ingombranti: padri assenti, madri assillanti, genitori giudicanti, instabili e in ogni caso inadeguati. Come una se fosse una giustificazione, come a dire “se siamo così non è colpa nostra”:
“…Damiano non credeva più che tutto dipendesse dalle sue azioni, che l’esito finale fosse la constatazione dolorosa della propria inadeguatezza…” e vive un inferno costruito su eredità morali e affettive, originate in quel “triangolo di cugini forzosi, condannati a vivere insieme per un motivo stupido quanto l’amicizia pluridecennale dei rispettivi genitori”.
Per quanto la condanna possa essere ereditaria, resta la libertà (e la paura?) di scegliere. Forse, l’inferno è quello che ci costruiamo giorno dopo giorno, e chiamarlo destino serve solo a non guardarsi troppo allo specchio.
Casa editrice: Accento
Pubblicato a: luglio 2025
N. pagine: 256
Sull’autore: Giulio Somazzi è nato a Roma nel 1981. È sceneggiatore, autore televisivo e radiofonico (Una pezza di Lundini, Radio2 Social Club, La conferenza stampa); La mia personale idea di inferno è il suo primo romanzo.

